Il corpo a corpo va avanti dalla fine del ’93. La procura di Milano contro il Cavaliere. L’agenda politica viene decisa a Palazzo Chigi e corretta a Palazzo di giustizia. È uno schema che ritorna a ogni tornante della storia recente. La chiamano giustizia a orologeria, ciascuno può ribattezzarla come meglio crede, certo si ha l’impressione, e anche qualcosa di più, di un inseguimento sfiancante che non si è mai interrotto. E che resiste ad ogni legge, ad ogni elezione, ad ogni appuntamento. Lodo o non Lodo, lo spartito è sempre lo stesso. Il 23 novembre ’93 Berlusconi dà l’appoggio a Fini per le comunali di Roma. Preistoria, con le lenti di oggi, ma anche l’incipt del bipolarismo all’italiana. Il Cavaliere si prepara alla discesa in campo e il 20 dicembre riceve un preavviso di garanzia. «Chi sa di avere scheletri nell’armadio - spiega Francesco Saverio Borrelli - si tiri da parte. Tiratevi da parte, prima che arriviamo noi». È quasi un programma politico, mai abbandonato. Il 9 marzo, a un passo dalle elezioni, il Tg5 annuncia arresti imminenti per sei manager di Publitalia. Fra di loro Marcello Dell’Utri, il creatore del partito e braccio destro del Cavaliere. Il 14 marzo il gip nega gli arresti. Ma l’effetto è devastante. E non è finita. Ancor più stupefacente è la mossa del Pm di Palmi Maria Grazia Omboni che il 23 marzo, a 96 ore dalle elezioni, chiede i nomi dei dirigenti di alcuni club di Forza Italia in un’inchiesta sulla massoneria deviata. Il Csm la censura. Ma il gioco non si ferma. Berlusconi conia l’immagine della giustizia a orologeria. Borrelli risponde alla sua maniera: «Il voto non ci può fermare, la giustizia è come un jukebox, se il gettone è buono, la canzone va suonata».
Giorno dopo giorno. Il 22 novembre ’94 un Berlusconi vittorioso viene azzoppato dall’invito a comparire ricevuto a Napoli mentre presiede un vertice internazionale contro la criminalità. Il Governo cade, l’immagine del Cavaliere pare compromessa. Ma lui riparte. E il girotondo ricomincia. A un mese circa dalle elezioni del ’96 esplode l’inchiesta sulle toghe romane, firmata da Ilda Boccassini. Questa volta è la contessa Stefania Ariosto a puntare il dito contro Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Renato Squillante. Prodi vince le elezioni fra arresti e avvisi di garanzia, l’Espresso manettaro si butta in braccio al pm titolando in copertina: «Forza Ilda», il legale dell’Ariosto Mario Roda riassume: «Stefania Ariosto ha spostato centinaia di migliaia di voti dal Polo all’Ulivo». Berlusconi viene colpito, ma non affonda. E l’attacco ricomincia. L’8 maggio ’98 parte la campagna per le amministrative e lo stesso giorno il Cavaliere è indagato per corruzione in atti giudiziari per le sentenze Mondadori e Sme.
Una musica che torna puntuale in vista delle elezioni del 2006.Il 10 marzo la Procura di Milano chiede il rinvio a giudizio di Berlusconi e Mills, Prodi vince di un’incollatura. Ma il Cavaliere non molla: è ancora lì.
Le Procure a orologeria: da Milano a Trani 17 anni a caccia di Silvio
Dalla discesa in campo in poi per Berlusconi è uno stillicidio di teoremi e inviti a comparire. A dettare i tempi delle inchieste quasi sempre le urne
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