Pure Fini è furibondo: «Parliamo d’altro...»

RomaTiene botta e non perde l’aplomb. Quantomeno in pubblico. Non si scompone e sorride, a favore di telecamere. Il pasticciaccio romano sulla lista del Pdl? «Del Lazio ho già parlato con questi ragazzi, che sono cittadini della regione...». Gianfranco Fini non va oltre, quando lascia il Tempio di Adriano, dinanzi ai cronisti che gli rivolgono la domanda del giorno. E dopo aver discusso a lungo di religione, cittadinanza e integrazione - rilanciando passo passo il repertorio in materia - con oltre un centinaio di giovani classe 1989, la generazione a cui dedica il suo ultimo libro, Il futuro della libertà.
Il presidente della Camera preferisce quindi non commentare, non dire nulla sul versante elezioni. Altrimenti, assicurano un paio di fedelissimi, «sarebbe un fiume in piena e potrebbe esplodere». Che sia «esterrefatto» o «allibito», per il pastrocchio combinato, non è un mistero. Anche se la sensazione è che ci sia altro a covare, dietro l’incredulità. «È imbufalito per l’idiozia e la cialtronaggine di chi ha gestito in maniera dilettantesca la vicenda», sbotta un parlamentare che ha avuto modo di sentirlo nelle ultime ore. Ma d’altronde, come non esserlo, visto che a causa di un errore veniale o doloso che sia, Renata Polverini, da lui caldeggiata in prima persona, rischia di mancare il traguardo perché qualcuno, diciamo così, non ha messo benzina durante il pit-stop.
Un errore che potrebbe sancire, all’indomani del voto, un redde rationem interno. E su cui alcuni finiani la mettono giù così: «Il fattaccio testimonia che il partito, così com’è strutturato, non funziona. È quindi possibile che da aprile ci si interroghi su cosa fare». Chi parla di scissione sembra per ora fuori strada. Forse indovina, però, chi ipotizza un azzeramento e una redistribuzione dei posti di comando: dai vertici nazionali fino ad andare più giù. In ogni caso, l’ex leader di An attende l’esito dei ricorsi e confida nelle decisioni della magistratura, senza puntare sull’ipotesi di rinviare la consultazione attraverso un decreto ad hoc. Non a caso, tra i suoi uomini, ci si muove con una certezza: «È comunque impossibile che il capo dello Stato accetti una soluzione del genere». Senza contare che Fini avrebbe espresso la sua contrarietà anche sull’appello lanciato al Quirinale, a cominciare dalla Polverini, e si sarebbe opposto alla mobilitazione popolare: «È sbagliato il ricorso alla piazza».
Fa dunque buon viso a cattivo gioco. Così, dinanzi ai ragazzi che rappresentano le tre religioni monoteiste, ne approfitta per rimarcare la sua azione propositiva sul ddl anticorruzione. «Sono lieto - sottolinea l’inquilino di Montecitorio - che il Consiglio dei ministri abbia accolto la proposta, da me avanzata, che chi è stato condannato con sentenza definitiva per reati contro la pubblica amministrazione non potrà essere più candidato. Un buon esempio che si dà alla pubblica opinione, visto ciò che si legge sui giornali». E sono «lieto anche del fatto che ora si faccia un po’ a gara per rivendicare la paternità della norma», ma «ciò che importa non è alzare la bandierina ma farla approvare dal Parlamento».
Dalla politica all’immigrazione, per parlare anche di «stronzi». Fini non ripete «l’epiteto non proprio british», usato a suo tempo per «apostrofare i razzistelli», ma ci tiene a precisare: «Non fu una gaffe». Anzi: «L’ho fatto scegliendo il termine adeguato, con cui andavano chiamati». La platea gradisce.