Quando «forchette» e «forbici» sono utensili inutili

Egr. Dott. Granzotto, siamo alla vigilia delle elezioni e fra poco saremo informati di tutti i dettagli di previsione - e in seguito dei risultati - fra cui ascolteremo spesso la locuzione «fare forchetta», che è voce ripresa in modo errato dal frasario della condotta di fuoco dell’artiglieria «fare forcella». È evidente oltretutto come «forchetta», arnese oggi comunemente fabbricato con quattro rebbi, mal si presti a indicare due valori - uno minimo e uno massimo - nel nostro caso delle percentuali dei votanti, dei voti, ecc. Sarebbe confortante se gli autori dell’informazione usassero la forma corretta della locuzione in oggetto, che ben è evidenziata alla voce «forcella» del Dizionario della Lingua Italiana del Palazzi, che qui riporto: «Termine balistico: fare forcella, quando nell’aggiustamento del tiro si viene a comprendere il bersaglio fra due tiri uno lungo e uno corto».
Melegnano (Milano)

Lei è davvero un uomo straordinario, caro signor Carlo. È dai de minimis (dei quali, come ognun sa, non curat praetor) che trae il conforto. Fra sbadataggini, negligenze e perfide gaglioffate, nel trionfo del pressappochismo e d’una cialtronaggine che pareva essere di pertinenza capitolina mentre inopinatamente si rivela purassai meneghina, le prossime elezioni rischiano di lasciare dei lividi da far paura, e lei? Lei se ne esce con la forchetta. Dicendosi consolato se nelle maratone televisive dedicate alla consultazione elettorale, in luogo di «forchetta» i conduttori avranno cura di riferirsi, maneggiando i sondaggi, alla più corretta «forcella». Mah. Mi viene in mente Le Monde - sa, il quotidiano francese ritenuto per convenzione autorevole - che per manifestare il proprio (autorevole) distacco dalle contingenze nazionali, il giorno delle dimissioni del governo Debré uscì con un fondo sulla crisi diplomatica tra la Mauritania e il Mali. Très chic. Che poi mica son sicuro che la «forchetta» dei sondaggisti sia quella che dice lei, caro signor Carlo. Credo che l’equivalente sondaggista - bisognerebbe chiedere a Riccardino Mannheimer, ma chissà il daffare che ha - della balistica «forcella» sia «forbice». E che la «forchetta» sia invece quel busillis determinato dal numero delle persone sondate e dalla probabilità dell’errore che si vuole avere. Ma poi, che ce ne cale? Tanto, forchetta o non forchetta, forcella o non forcella, pre sondaggi e mitici exit poll hanno sempre lasciato il tempo trovato.
Scusi se divago, ma vedo che oltre a essere assai competente nel campo dell’artiglieria, lei non se la cava male nemmeno nel campo della posateria, avendo rilevato, con la dovuta diligenza, che i denti o rebbi della forchetta oggi sono generalmente quattro. La storia di quella posata, imposta sulle mense del mondo grazie ai buoni uffici di Caterina de’ Medici, mogliera di Francesco II di Francia e madre d’una sfilza di re e regine, è stranota. Ella poteva sopportare, si fa poi per dire, che il marito se la spassasse con la bella Diane de Poitiers, ma non che mangiasse con le mani. Pertanto impose - e Caterina sapeva imporsi, ne sanno qualcosa gli ugonotti - a corte l’uso dello strumento allora a due rebbi. Fin qui, dicevo, storia nota. Ma sa dove, quando e perché da due i rebbi diventarono quattro? Glielo dico subito: a Napoli, regnante il buon Re Ferdinando II e per far sì ch’egli arrotolasse i maccheroni con più agio. Maccheroni dei quali era ghiottissimo e ai quali, però, doveva rinunciare nei pranzi di gala perché non facendo la forchetta a due rebbi molta presa, bisognava aiutarsi con le «posate del re» (le dita), cosa ormai ritenuta universalmente indecorosa. Gli venne allora in soccorso il suo ciambellano, Gennaro Spadaccini, escogitando la forchetta ferdinandea, a quattro rebbi. Quella che tutt’ora e con sempre rinnovata soddisfazione usiamo (e poi dicono che dal Regno delle Due Sicilie non sortì niente di buono).
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