Quando Indro inventava titoli storici

Da domani, in allegato gratuito col quotidiano, quattro pagine della collezione «Come eravamo. 1974-1994». Nel primo numero in assoluto, c'è il saluto di Montanelli ai lettori: una sfida e uno sberleffo al conformismo

Da domani parte l'iniziativa «Come eravamo. Vent'anni di storia, dal 1974 al 1994, raccontati dalle prime pagine de il Giornale diretto da Indro Montanelli». In allegato gratuito col quotidiano vi sarà la riproduzione di quattro prime pagine storiche. Un modo controcorrente di ripercorrere fatti e personaggi che hanno segnato la nostra epoca attraverso gli editoriali di Montanelli, e le corrispondenze dei grandi inviati. Qui Paolo Granzotto racconta come Indro Montanelli lavorava sulla prima pagina del quotidiano di cui è stato fondatore. 

Come si sa, Montanelli era un abitudinario. Arrivava al Giornale attorno alle dieci e mezzo del mattino, al termine della quotidiana sgambata al parco di via Senato, quelli che oggi si chiamano «Giardini pubblici Indro Montanelli». Giunto in redazione si appartava nella sua stanzetta per sbrigare la corrispondenza privata o per buttar giù la prima stesura di un «Controcorrente» che più tardi avrebbe lavorato pazientemente di lima fino a renderlo quel gioiello di sintesi che i vecchi lettori ben sanno.

Attorno a mezzogiorno, la assai più vasta stanza attigua, quella occupata dal condirettore Gian Galeazzo Biazzi Vergani, prendeva ad animarsi. Era l'ora del collettivo rito chiamato «riunione». Quando tutti s'erano accomodati (e per tutti si intendono i redattori capo, i capi servizio, gli inviati in attesa d'essere inviati, le grandi firme e qualche collaboratore di rango di passaggio per Milano), si schiudeva la porta a vetri e faceva la sua comparsa Montanelli.

A quel punto Biazzi Vergani gli cedeva la sua scrivania-ammiraglia sommersa da giornali, mucchi di agenzie e una quantità indescrivibile di fogli o, come diciamo noi, cartelle (va ricordato che erano tempi ignari di computer e di magie telematiche e dove la facevano da padrone la macchina per scrivere e il così detto «supporto cartaceo») e la riunione cominciava.

Al via, ogni capo servizio dava conto degli argomenti che poi avrebbe fatto sviluppare nelle pagine di sua competenza. E già in tale occasione Montanelli o Biazzi potevano sentenziare un: «Questa potrebbe andare in prima», intendendosi ovviamente per «prima» la prima pagina. Naturalmente ciascuno tirava l'acqua al proprio mulino. Per la redazione romana la «prima» avrebbe dovuto essere occupata interamente dalla cronaca del Palazzo, dalla politica. Per l'economia le notizie (e i commenti) da «prima» erano quelle che si riferivano alla lira e al dollaro, alla produzione industriale e alle mosse di Mediobanca. Gli esteri pretendevano «aperture» o «spalle» sulla crisi in Medio Oriente o sulle voci che giungevano dal Cremlino, ma anche lo sport, anche la cronaca reclamavano il loro posto al sole.
Inutilmente Biazzi Vergani ricordava, coi suoi modi olimpici, che «il piombo non è gomma»: ciascuno aveva il suo servizio che meritava la «prima» ovvero la vetrina, il biglietto da visita del giornale. E che proprio per questo doveva rispondere non solo a certi equilibri, ma rispecchiare il gusto, l'impronta giornalistica di Montanelli.

La prima pagina abbozzata nella riunione di mezzogiorno poteva ovviamente essere rivoltata da capo a piedi nel corso della giornata. E il fondo deciso nella mattinata rivelarsi inattuale la sera. Tutto dipendeva dallo svolgersi dei fatti, dalle sorprese che riservavano la cronaca e la politica. Fino all'avvio delle rotative - e anche dopo, grazie alle «ribattute» - il giornale era aperto a qualsiasi modifica, quando non al totale scompaginamento. Ma ciò avveniva e tuttora avviene non poi così frequentemente e pertanto, con gli opportuni aggiustamenti di tiro la «prima» della riunione era grosso modo in grado di tenere botta fino al momento di andare in macchina.

Devo aggiungere che la presenza di Montanelli alle riunioni risultava per lo più simbolica. Era il primo ad ammettere che non sapeva fare il direttore per il semplice motivo che non gli garbava farlo. La distribuzione, collocazione e rilievo da dare ai servizi, quella che è la minuta cucina redazionale, lo annoiava a morte. Gli stava sì a cuore il carattere generale della prima pagina, ma da solista quale era si sentiva a proprio agio davanti alla lettera 22, solo e alle prese con un articolo, un corsivo o una risposta ai lettori (i «Controcorrente» no, quelli li scriveva su giallognoli fogli di bozza con un pennarello a punta sottile).

Capitava dunque che mentre gli interni disputavano alla cronaca un titolo in «prima» Montanelli, adocchiata la copia di un articolo fra le molte che si accumulavano sulla scrivania di Biazzi Vergani, traesse dalla tasca il suo Bic e cominciasse a correggerlo. Non dagli errori di grammatica o di sintassi, nei quali era difficile che potesse imbattersi, ma da difetti di cadenza, di armonia. Chino sul foglio, Indro toglieva un aggettivo, metteva una virgola, spostava una frase alla fine del capoverso, cambiava un «che» in «il quale»... Tutto ciò senza nemmeno preoccuparsi di controllare chi fosse l'autore del pezzo, ma così, mosso da un'intima vocazione all'insegnamento e dall'aspirazione di fare del suo Giornale un giornale stilisticamente omogeneo.

Per tornare alla riunione, finito il giro arrivava puntuale l'interrogativo di Biazzi Vergani: «Indro, che fondo facciamo?». E lì bisognava stare accorti perché non più di cucina - oggi la si chiama desk - si parlava, ma di roba da scrivere, àmbito nel quale Montanelli si muoveva come nessun altro. Oltre tutto, il più delle volte quello di firmare il fondo era compito suo. Sul tema, sull'argomento da scegliere intervenivano allora solo in pochi: Biazzi, certamente, e Mario Cervi, Gianfranco Piazzesi, Cesare Zappulli, Enzo Bettiza, questo per citarne alcuni.

Capitava che l'idea per un fondo partisse anche dalle retrovie, diciamo così. Ma a rischio e pericolo del proponente che, nel caso si fosse spinto ultra crepidam era liquidato da Montanelli con un affettuoso ma definitivo: «Non dire bischerate!». E così, un giorno dopo l'altro, sfornavamo le prime pagine che da domani, carissimi lettori, troverete in allegato - gratuito, coi tempi che corrono! - al Giornale che è anche vostro.

Paolo Granzotto

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