Quando la Stasi gestiva un’azienda insieme con il Pci

Il «Compagno G» non ha mai parlato. Tace da oltre sedici anni: neanche sei mesi di galera lo convinsero ad aprir bocca. Era l’1 marzo 1993 e finì dentro per quel miliardino (allora erano lire) finito sul conto «Gabbietta». Ironia della sorte, in gabbia si ritrovò lui stesso, Primo Greganti, il «Compagno G» che forse era anche un po’ «Signor G». E continuò il silenzio. Fu il solo. Erano gli anni bui di Tangentopoli, il tintinnar di manette, i verbali a raffica, i mazzieri che raccontavano anche quel che non sapevano pur di non restare dietro le sbarre. Lui non ebbe paura, da allora zitto. Sempre.
Al suo posto però parlano gli archivi che, interrogati, rispondono. Parole precise a domande precise. E la verità racconta di rapporti diretti, più che intensi, fra Est e Ovest. Nonostante i muri. Due facce di un comunismo, conclamato nel caso della Ddr (la Germania orientale postbellica) e mai compiuto in quello dell’Italia. Fortunatamente. E racconta gli affari della Stasi che fu il servizio segreto di Erich Honecker, l’uomo che tenne le redini della Repubblica democratica dal 1971 al 1989, quando a Berlino il muro crollò. E con lui il comunismo.
La Stasi, dicevamo. Gli atti conservati nelle biblioteche di Berlino svelano che avesse una partecipazione societaria nell’Eumit per il commercio dell’acciaio. Settanta per cento a lei e 30 ai soci italiani, tutti prestanome del Pci. E all’incasso annuale di cedole e dividendi gli incassi finivano nei conti riconducibili a Botteghe oscure. Quel miliardino, che mise la pulce nell’orecchio a Tiziana Parenti e nelle peste Greganti, fu utilizzato per ripianare i debiti della Ecolibri, un’impresa editoriale gestita da Paola Occhetto, sorella del più celebre Achille, fautore della «svolta della Bolognina» e pilota della poco scoppiettante «gioiosa macchina da guerra».
La Stasi insomma era in affari col Pci: mentre la prima, attraverso la Eumit, riusciva a trasformare i suoi svalutati marchi della Germania orientale in dollari o più «pesanti» marchi della Repubblica federale, i secondi attingevano ai fondi dell’Est. Con buona pace di Berlinguer, inteso come Enrico, che in quegli anni parlava di questione morale, condannava i traffici sotterranei e soprattutto negava «liaison» oltrecortina. Di ferro, naturalmente. Gli scambi di denaro proseguirono per quasi tre lustri, dal ’75, anno successivo alla nascita di Eumit, all’89, quando il muro crollò sull’Est comunista d’Europa.
Basandosi su queste carte ha recentemente pubblicato un volume Antonio Selvatici, imprenditore bolognese con la passione del giornalismo d’inchiesta. Nel libro, «Chi spiava i terroristi» (Pendragon, pp. 149, 15 euro), l’autore scava tra i misteri e le bugie della sinistra formato prima Repubblica e dei suoi rapporti con una dittatura tra le più temute d’Europa. A cavallo tra gli anni Settanta-Ottanta, si considera che la Stasi abbia avuto 100mila dipendenti diretti e 170mila informatori, pari praticamente a un componente in ogni famiglia allargata.
Sotto la copertura della stessa Eumit, infatti, agivano veri e propri agenti segreti che si avvantaggiavano del grande ombrello, fornito loro dall’azienda, per sorvegliare e riferire l’esito delle ricerche al Parlamento della Germania orientale che li stipendiava. Insomma un sistema di protezione che non lasciava gli 007 della Ddr allo sbaraglio. E chi operava, dentro e fuori dalla stessa Eumit, certamente sapeva. Sapeva di lavorare per un governo privo di scrupoli nello sparare alla schiena dei disperati che si arrampicavano sul muro o si buttavano nelle acque della Sprea con il sogno di fuggire a Ovest.
Eppure, nell’82 un’iniziale inchiesta della Finanza sul commercio italo-tedesco dell’acciaio proveniente dall’Urss fece illuminare i riflettori sulla Eumit. In Germania si vissero momenti di apprensione. Poi l’archiviazione mise fine alle angosce. Da Berlino est ripresero i traffici di materiali ferrosi e denaro. Fin quando non arrivò la caduta del mondo comunista nell’89. Poi con Tangentopoli scattarono le manette ai polsi di Greganti per quel miliardino in «Gabbietta». Ma lui, il «Compagno G», forse anche un po’ «Signor G», non parlò mai. Era «un comunista perfetto», lui. Oggi lo hanno smascherato gli archivi.