Il 12 febbraio di quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario della morte dello scrittore Elio Vittorini. Merita di essere ricordata la disavventura che egli ebbe con il Partito comunista, al quale aveva aderito subito dopo la fine della guerra. Nel settembre 1945 Vittorini fondò la rivista Il Politecnico con la quale si proponeva di svecchiare la cultura italiana e di aprirla alle più vitali correnti culturali: dal surrealismo alle avanguardie, dalla psicoanalisi alla filosofia della scienza. Ma proprio qui scattò la diffidenza, anzi l'ostilità dei dirigenti comunisti. Infatti il rimprovero che essi fecero a Vittorini e al suo settimanale era, in sostanza, quello di redigere una antologia non organica alla visione politicoculturale del Pci. Che ci stavano a fare, sul Politecnico, filosofi come Sartre o Russell, scrittori come Kafka o Joyce, Hemingway o Faulkner, o addirittura André Gide? Oltretutto, in alcuni casi si trattava di autori messi al bando nell'Urss. Dunque nel Politecnico non c'era nessuna omogeneità, nessuna coerenza (marxistaleninista). Il primo ad attaccare Il Politecnico fu uno dei massimi dirigenti del PCI, Mario Alicata (che in gioventù era stato fascistissimo), con un articolo su Rinascita (la rivista diretta da Palmiro Togliatti). In sostanza, diceva Alicata, il Pci non avvertiva la necessità di un settimanale trovarobe come Il Politecnico. Vittorini rifiutò le affermazioni di Alicata, che definì "codine". Allora scese in campo Togliatti, che rimproverò al Politecnico "la ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente", e "una generica irrequietezza": difetti che avrebbero condannato anche Il Politecnico alla fine sterile e penosa che avevano conosciuto, dopo l'euforia degli esordi, "i vari movimenti culturali del primo decennio di questo secolo", cui era subentrato, vincitore, "l'analfabetismo fascista". "A noi rincrescerebbe concludeva Togliatti che Il Politecnico non riuscisse a rompere una buona volta con questa tradizione, e a fare finalmente opera seria, profonda, duratura, di rinnovamento".
Dopo una scomunica di questo genere Il Politecnico era spacciato: continuare a scrivere su di esso richiedeva molto (troppo) coraggio agli intellettuali comunisti o di sinistra. E infatti il settimanale di Vittorini dopo poco (alla fine del 1947) cessò le pubblicazioni.
In realtà, la difesa della "libertà della cultura", che il Pci diceva di portare avanti contro "l'oscurantismo clericale", copriva una linea di politica culturale ben precisa, dalla quale un comunista o "un compagno di strada" non poteva derogare. Si doveva essere "neorealisti" nella pittura (di qui il fastidio per Picasso, benché comunista, e per tutta l'arte astratta), nel cinema, in letteratura. Chi si allontanava dai canoni del realismo o del neorealismo, si avventurava in un territorio non autorizzato, in cui stava scritto: "hic sunt leones".
Per non parlare della biologia marxista, il cui santone era il ciarlatano Lysenko, esaltato sulle colonne di Rinascita e delle altre riviste comuniste. Ma il vero faro della politica del Pci in campo culturale era il gerarca sovietico, strettissimo collaboratore di Stalin, Andrej Zdanov. Dunque il Pci, che diceva di combattere "l'oscurantismo clericale", propugnava un nuovo oscurantismo, basato sui dogmi o modelli mutuati dal realismo socialista e dalla biologia proletaria di marca sovietica.
Quando Elio Vittorini uscì dal
Partito comunista, Togliatti gli dedicò un vergognoso corsivo, intitolato: "Vittorini se n'è ghiuto e soli ci ha lasciati", col quale il leader comunista mostrava il rispetto in cui teneva le opinioni degli intellettuali.