Quattro anni dopo Berlino il ct è rimasto solo sul carro

Marcello Lippi è un uomo solo. Nemmeno al comando. Ha scoperto di avere sbagliato. Ha scoperto di essere stato il responsabile di un mondiale fallimentare e fallito. Lo dice adesso, quando la vetrina di cristallo è andata in frantumi. Non si era voluto accorgere delle crepe, evidenti, profonde, di un anno senza una sola vittoria; aveva anteposto la sua presunzione e la sua testardaggine alla realtà tecnica, anche avara, del nostro campionato, non ha voluto intervenire drasticamente, ha preferito rattoppare con mezze figure, ha precettato soldatini ubbidienti, ha bocciato, senza nemmeno provarli, i pochi talenti, anche giovani, del nostro football, ha scelto la riconoscenza nei confronti di alcuni calciatori, ormai campioni alla memoria, emigranti e logori.
Il suo viso, durante i novanta minuti dell’ultima malinconica e agghiacciante esibizione della squadra, è stato il riassunto di una stagione senza mai un’alba e subito tramontata. Si è messo le mani tra i capelli, sconsolato, ha assistito, senza smorfie di rabbia, agli errori e alle distrazioni dei suoi, giungendo le mani in preghiera, senza uno solo strillo, forse avendo intuito che ormai era fatta, non per lui ma per la squadra. Non ha stretto tra le dita il rosario, non ha bagnato il prato con l’acqua benedetta, non ha urlato insulti all’arbitro, ha recitato da Lippi. Attorno a lui, gli azzurri della panchina si agitavano, incitavano, strillavano. Il commissario tecnico sembrava un estraneo, un invitato di passaggio, rassegnato, una statua di cera, quasi imbalsamato, immobile. Aveva perso l’arroganza che lo accompagna dalla nascita e che lo ha caricato durante gli incontri con i giornalisti, in queste settimane. Era lo specchio della crisi, della caduta. Della fine.
La sua autodenuncia, in conferenza stampa, con l’assunzione totale di tutte le responsabilità, è stata un’intelligente mossa strategica e non un grande atto di lealtà, come qualcuno romanticamente ha voluto leggere. Così facendo ha evitato di approfondire e giustificare gli errori tattici, le scelte tecniche, i continui cambi di formazione, le esclusioni illustri, senza mai una vera, serena, secca spiegazione.
Il suo merito, soprattutto psicologico, di un titolo mondiale, il quarto della nostra storia, non può essere discusso se non in malafede anche se non vanno trascurati gli episodi fortunati che ci portarono a quel trionfo in Germania. Quattro anni dopo sembra tutto cancellato, come se non contasse più nulla.
L’uomo che sa andar per mare si è arenato stavolta su spiaggiole modeste, alla voce Paraguay, Nuova Zelanda, Slovacchia, squadre e giocatori che hanno trovato gloria insperata segnando cinque gol ai campioni del mondo.
Ci ha fatto fessi, nell’ultima partita, addirittura con una doppietta, un perticone che gioca in Turchia con l’Ankaragulu, una squadra che sembra una pernacchia, definitiva. Diventano storiche le sue due torte in faccia e le altre di Kopunec, Alacaraz e Smeltz, cognomi e facce difficili da ritrovare anche sull’album delle figurine Panini.
Mai era accaduto nella storia delle partecipazioni azzurre ai mondiali che la nazionale non riuscisse a vincere nemmeno una partita. È un altro dato da inserire nel glorioso album professionale del viareggino.
Lippi va in archivio da sconfitto. Esibirà la medaglia di Berlino e proverà a dire che in Sudafrica gli sono venuti a mancare un paio di titolari importanti, come Buffon e Pirlo, ma non ammetterà mai di avere sbagliato a non convocare Balotelli o Totti, Cassano o Del Piero. I capricci fanno parte del suo carattere. Esce a testa bassa, nonostante abbia esibito il petto al plotone di esecuzione in sala stampa. I fucili hanno sparato a salve, spiazzati dall’atto di eroismo del condannato. Resta la delusione per la squadra che si porta appresso le solite colpe di chi perde, resta la rabbia per quegli ultimi venti minuti giocati con il cuore in gola da venti milioni di italiani davanti ai televisori, sperando nel solito colpo della nostra sorte amica. Stavolta non è stata così.
Marcello Lippi saluta e se ne va, senza applausi, senza rimpianti. Va ringraziato per il passato, dimenticato per il presente.
Nessuno salirà sul suo pullman. Anche perché lui è il primo a scendere.

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