Quei 1800 chilometri per conquistare l’Eldorado di serie C

VERSO ARAGUAIA Niente voli. Non è per i soldi, ma per gli aeroporti troppo lontani

Alto Araguaia è un comune di quasi 15mila abitanti incastonato sull’altopiano del Mato Grosso nel cuore del Brasile. Ricco di oro, argento e ferro, lo sfruttamento del sottosuolo è dal 18º secolo la principale attività per la sopravvivenza della regione. Quello che un tempo, a cavallo degli anni ’20, fu terreno di lunghi scontri tra i minatori che accorrevano da tutto il Brasile, ieri è tornato a essere la Terra Promessa, l’Eldorado. Almeno per undici giocatori di verde vestiti.
José Nivaldo, Luiz André, Willian, Kleber e Ailson. Silvio Roberto, Fabrício, Eduardo Luiz e Maurício. Giancarlo e Fabinho. A Chapecó, la città principale dello Stato di Santa Caterina, la formazione titolare della Chapecoense è una cantilena da imparare a memoria. Manco fosse il grande Torino. In Brasile, invece, la Chapecoense non è per nulla famosa, dal ’73 anno della sua fondazione, ha vinto solamente tre campionati regionali e il calciatore più famoso è un tal Fabinho, brasiliano naturalizzato togolese che vanta anche due comparsate nella nazionale africana, fianco a fianco con il ben più noto Adebayor. Eppure dallo scorso giovedì, non si fa altro che parlare di questa scalcagnata formazione della serie D verdeoro, del sogno dei suoi undici calciatori e del loro viaggio attraverso il Brasile.

ODISSEA IN PULLMAN
«La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte», scriveva il filosofo persiano Omar Khayyam. Chissà se la pensano allo stesso modo anche i calciatori della Chapecoense. Dopo aver vinto il proprio girone della serie D brasiliana, per l’Eldorado ora è la promozione in C. Ultimo scoglio: la doppia sfida contro la formazione dell’Araguaia. Penultimo scoglio: i 1750 chilometri che separano la città di Chapecó da Alto Araguaia.
«Operazione Araguaia», l’hanno prontamente ribattezzata i supporters dell’undici biancoverde. Da lunedì scorso i vertici della società brasiliana si sono messi sotto con cartine e mappe geografiche per studiare al meglio il trasferimento dei calciatori ad Alto Araguaia. E cosa ha deciso il management dei verdão? Innanzitutto non si viaggia in aereo. «Non è un problema di denaro» assicurano, ma soltanto logistico. «Viaggiare in aereo non ci farebbe risparmiare del tempo», ha ribadito il direttore sportivo Jandir Bordignon. L’aeroporto più vicino a Alto Araguaia è quello di Cuiaba a oltre 400 chilometri di distanza. Meglio un bel viaggetto in pullman. E così la «Premiata agenzia viaggi Chapecoense» ha messo insieme un tour di 1800 chilometri attraverso mezzo Brasile per i propri calciatori. Milleottocento chilometri: lunghissimi a scriverli, pensare a percorrerli. Partenza giovedì poco dopo l’ora di pranzo, arrivo a Mineiros il venerdì, dopo 26 ore di Odissea. Venerdì e sabato allenamento a Mineiros, domenica mattina partenza per Alto Araguaia, ancoro un centinaio di chilometri sempre e solo rigorosamente in torpedone, partita della vita contro l’Araguaia e ritorno a Chapecó. I crismi per parlare di impresa epica ci sono tutti. La Disney ci potrebbe persino ricamare sopra un bel film per bambini. C’è persino l’imprevisto nell’imprevisto. A causa di una strada interrotta il conducente dell’autobus ha dovuto deviare leggermente il percorso: ma alla fine cosa sono 250 chilometri in più in un viaggio di quasi 1800 chilometri?

IL VIAGGIO? UN DETTAGLIO...
Una persona con un minimo di sale in zucca, non l’avrebbe presa bene. Eppure i calciatori della Chapecoense non si sono smossi di un millimetro. Troppo grande il loro sogno per lasciarsi intimorire da 26 ore seduti in pullman a guardare il Brasile da un finestrino. «Il viaggio è solo un dettaglio», ha sentenziato il tecnico Mauro Sheep, con una spavalderia che poco si confà al suo cognome. In effetti, i verdão sono ben allenati. Sia a vincere sul campo che a sopportare lunghi trasferimenti in pullman. Durante questa stagione hanno già accumulato oltre 10mila chilometri di spostamenti. La loro pazienza è già stata messa a dura prova nel match contro il Navirai, una formazione del Mato grosso del Sud, mille chilometri di distanza da Chapecó. Anche allora viaggio in pullman, mille volte lo sguardo rivolto all’orologio per controllare quanto manca, poi la ciliegina finale: Navirai zero, Chapecoense tre.
D’altronde, tutto riesce più facile quando in gioco ci sono i propri sogni. Può essere la finale di Champions League come la sfida decisiva del torneo dell’oratorio. Non importa la posta in palio, quello che conta è la vittoria. E se il trionfo arriva dopo essersi sobbarcati 1800 chilometri seduti con le gambe rannicchiate su di un pullman, tutto suona più epico. È un po’ quello che capita a tutti noi. Pensiamoci bene. Se un viaggio fila tutto liscio, nulla di che. Ma basta anche una coincidenza persa, un aereo cancellato, una notte passata in qualche stazione sperduta per trasformare tutto in una storia da raccontare ad amici, parenti e conoscenti. E già ce li immaginiamo tra qualche anno i calciatori della Chapecoense ripensare con i propri nipotini a «quella volta che...».

QUELLA VOLTA CHE...
Quella volta che il viaggio non passava più, i minuti sembravano ore e le ore sembravano giorni. Quella volta che non si riusciva a trovare una posizione comoda per dormire, che i muscoli semi-atrofizzati chiedevano solamente un po’ di movimento. Quella volta che anche le partite a carte e i film in dvd non aiutavano ad allontanare nemmeno di un centimetro la noia per un viaggio che sembrava non finire mai. Quella volta che, nonostante tutto, eravamo contenti perché stavamo correndo verso un sogno, in mezzo a strade sconosciute del Brasile più profondo, inseguendo un Eldorado che nessuno potrà mai capire.
Il sogno della Chapecoense è la promozione in serie C. Poi in futuro - ammettono - c’è la volontà di raggiungere persino la B. Sarà un lungo cammino. Un po’ come quello che separa Chapecó da Alto Araguaia...

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