Quei semafori dove si torturano i bambini

Ho visto Mirko. L’ho visto al rosso d’un semaforo sulla Nomentana. Avrà avuto cinque o sei mesi. Chi lo teneva in braccio esponendolo a un sole bruciante e al respiro d’uno smog soffocante non era Maria, l’aspirante «velina» che i giornali e la tv tengono ben stretta sul tavolo autoptico esposta al giudizio mediatico di professori, preti, giuristi, (e lo Stato investe milioni per accertarne la punibilità). Era una giovane donna dai tratti e dai modi zingareschi che, come ormai tutti sanno, s’affaccia ai finestrini per chiedere l’elemosima.
Ne avevo visti già tanti di Mirko quest’inverno, sballottati per ore e ore, con una temperatura sotto zero, da un finestrino all’altro. E tanti ne vedrò nell’asfissiante estate in arrivo. Se quel fagotto, che giustamente viene definito persona, sia vivo o morto nessuno di noi, frettolosi automobilisti imbottigliati nel traffico, lo ha mai accertato, né mai lo farà. Nel migliore dei casi, lasceranno cadere una moneta nella mano della zingara, o extracomunitaria, o Dio sa cosa.
Stavolta mi sono fermato. Mi sono rivolto a un vigile urbano perché intervenisse. In quella presenza si perfezionavano una dozzina di reati. Il vigile si è mostrato indignato quanto me, ma non aveva soluzioni, se non fingere di non vedere.
Fermare la donna? Per portarla dove? Per definire quale identità, dal momento che non ha certo documenti e non parla la nostra lingua? E quel bambino, che sicuramente non è suo figlio, ma in «affitto», dove portarlo, come accertare l’identità dei genitori? A chi affidarlo durante le indagini? E poi, quanti neonati o bambini ci sono ai semafori, nel caldo torrido o nel freddo gelido? Quanti a Roma, la città eterna, cuore della cristianità, e quanti in Italia?
Meglio fingere di non vedere e, magari, occuparsi del referendum sull’embrione. La mia auto paralizza il traffico. Il piccolo Mirko e la sua «mamma» sono scomparsi. Il vigile mi invita a ripartire, altrimenti dovrà multarmi, come è suo dovere...

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