Quei viaggi di Di Pietro negli Usa

Le trasferte al centro di polemiche
sin dagli anni ’90. <a href="/interni/lex_pm_spionaggio_non_sapevo_essere_toninosuperbond/18-01-2010/articolo-id=414582-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>L'ex pm sul blog</strong></a>: &quot;Non sapevo di essere ToninoSuperbond&quot;<br />

Roma - L’uscita a sorpresa di Antonio Di Pietro («c’è un dossier su di me, vogliono far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia») ripropone temi già aspramente dibattuti ai tempi di Mani pulite, e anche dopo: quello del rapporto fra Tonino e i servizi segreti (la prima a parlare di possibile continguità con gli 007 fu l’ex pm Tiziana Parenti) e Tonino e gli americani che secondo antica vulgata avrebbero avuto un ruolo nella rivoluzione giudiziaria che disarcionò una classe politica incentrata su Craxi (nemico giurato dopo Sigonella) e Andreotti (considerato troppo filoarabo).

Tonino ha sempre negato ogni insinuazione, smentendo di esser mai stato al soldo, e al servizio, degli americani. Lo fece con particolare enfasi dopo Mani pulite, il 25 giugno del 1996, allorché dovette giustificare il rinvio di una sua discesa in politica, con un proprio partito, rinvio assai criticato dal presidente del «movimento Mani pulite», Pietro Rocchini, che lo accusò di aver rinunciato a formare un proprio movimento politico a seguito di «pressioni americane». L’ex pm replicò dicendo che si trattava solo di un rinvio «a tempo debito» e che gli americani «non c’entravano niente con quella decisione» che di lì a pochissimo portò Di Pietro al ministero dei Lavori pubblici.

All’ormai ex amico Rocchini che sul link Montenero-Washington e su alcuni viaggi di Tonino negli Usa aveva fatto allusioni, Di Pietro rispose per le rime: «Negli Stati Uniti, l’anno scorso, ho tenuto una conferenza al centro studi strategici internazionali di Washington solo per confrontare le normative dei due paesi nella lotta alla corruzione». Tenne a precisarlo, perché Rocchini quel cambio di rotta non l’aveva proprio capito: «Accadde nel luglio 1995 – racconta Rocchini - dopo la conferenza al centro studi (vietata ai giornalisti, ndr) insieme all’influente politologo americano Eduard Luttwak, lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il nostro progetto di dar vita ad un movimento politico fosse stato accolto con freddezza. Da quel momento Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana... L’impressione fu che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori...». Impressioni, niente di più. Il relatore della conferenza, Edward Luttwak, presentò Di Pietro come «un eroe per il 92 per cento degli italiani» ed espresse l’augurio «che uno degli uomini nuovi della Seconda Repubblica potesse essere proprio Di Pietro». Precedentemente, nel ’94, lo stesso Luttwak si disse certo della discesa in politica di Tonino a poche ore dalla decisione di abbandonare la toga: «Le dimissioni sono state un passo verso la normalizzazione della situazione politica in Italia. La giustizia deve procedere senza cedimenti verso i politici, ma ora forse ci sarà più chiarezza».

A dar retta ai ritagli dell’epoca e agli archivi delle agenzie di stampa si scopre che una settimana prima Tonino aveva presenziato a un’altra conferenza, a cui gli organizzatori non volevano dare troppa pubblicità, all’American Enterprise Institute, un think thank conservatore di riferimento di tal Michael Ledeen.

Sempre intorno al tandem Di Pietro-Usa, un anno e mezzo dopo, si rischiò l’incidente diplomatico per le rimostranze del sottosegretario Caputo (governo Berlusconi) all’attestato di stima rilasciato dal neoambasciatore statunitense Foglietta, appena insediato a Roma, nei confronti di Tonino: «So che di recente e sceso nell'arena politica e credo che farà bene. È un grande uomo».

Sui viaggi e sui rapporti americani di Tonino si è favoleggiato sempre tanto, troppo, a volte solo perché appariva sospetta l’ansia di riservatezza esternata da chi invitava a Washington il politico molisano. E ovviamente nulla c’entra la precisa ricostruzione del settimanale il Diario che a febbraio 2002 documentò l’interessamento della Cia al fenomeno Mani pulite attraverso gli sviluppi dell’inchiesta «carceri d’oro».

Azzardare frequentazioni sospette di Tonino con ambienti dei servizi segreti, italiani e/o americani, è ingeneroso e calunnioso in assenza di riscontri. Se solo si dovesse ragionare come ragiona qualche fan di Tonino (vedi la patente di mafiosità rilasciata al presidente del Senato, Renato Schifani, perché da giovane frequentava persone che solo anni dopo verranno accusate di reati di mafia) bisognerebbe ricordare che i competenti politologi Luttwak e Ledeen, quelli delle conferenze americane, sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue frequentazioni d’intelligence, nell’inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo il quotidiano la Repubblica, d’aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi di Niccolò Pollari, a rovesciare il governo iraniano in cambio di gas e petrolio. Solo per la cronaca.

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