Quei volti metropolitani e signorili di Mutinelli

Nelle opere della scultrice leggiamo l'ironia dei tratti contemporanei e la memoria del passato

Il principale orgoglio di Elena Mutinelli è di essere stata e di essere, in diversi tempi e in diversi modi, collaboratrice della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano: un rapporto intenso e attivo con le opere in marmo cresciute sul grande edificio, in un ininterrotto percorso, dal Medioevo a oggi, con interventi e sostituzioni, senza soluzione di continuità. Così la sua ricerca non ha un inizio, ma è dentro una storia che non finisce. I volti dei suoi personaggi, delle sue maschere grottesche, dei suoi dannati, delle sue donne, dei suoi tipi umani che, a giudicare dai disegni, risalgono a Leonardo e ancora prima, sono i volti delle grandi sculture del Duomo che si riproducono, muoiono e rinascono.

E la Mutinelli è attratta in particolare, per sua inclinazione, dalle espressioni dei volti e dalle forme delle mani, parlanti e vive. Naturalmente, nelle sue composizioni, fortemente realistiche, si sente anche il peso dei corpi, con le anatomie che gli artisti prediligono. Ma allora, come in una celebre scultura di Martini, la forma si agita nelle schiene, per i loro volumi e per quella corda naturale che è la spina dorsale, con i suoi nodi così espressivi. Corpi, nella loro forza; volti, nei loro caratteri; mani, nei movimenti nervosi: sono i soggetti dominanti della ricerca della Mutinelli che oggi, nella mostra fiorentina «Noi, neanche dannati», si rivolge alla grande storia, con eroi perduti di cui oggi rimangono le ombre, alle quali lei si volge, per farle tornare uomini: «in quei volti ritrovo la forza e l'assoluto dei nostri padri rispetto a noi, neanche dannati, orfani di eroi».

«Noi, neanche dannati» è nata da un sodalizio tra Elena Mutinelli e Francesca Sacchi Tommasi che ha seguito l'avvicendarsi delle opere e l'evoluzione dello stile nel tempo. Da qui l'idea di dare spazio alle sculture di Elena Mutinelli, animando in galleria una rievocazione dell'Italia delle signorie, che hanno determinato il nostro primato nel mondo dell'arte. La stessa galleria che ospita l'esposizione fu lo studio dello scultore Benvenuto Cellini il quale, proprio in quelle mura, come scrive il Vasari nelle Vite, concepì la scultura Perseo con la testa di Medusa, ora sotto la loggia dei Lanzi. Oggi la galleria rivive nel nome dello scultore che acquistò lo studio all'inizio degli anni Settanta, Marcello Tommasi, che vi lavorò per quasi quarant'anni, lasciando una ricca collezione di marmi, gessi e bronzi, disegni, dipinti e incisioni.

Questa mostra si apre in chiave ironica, con una forza espressiva caricaturale, identificando le fisionomie metropolitane che, di personaggio in personaggio, dal tardo Medioevo al Rinascimento, si ritrovano. La scultura più recente, Al guerriero non piace il dettaglio, del 2019, potrebbe essere il vicino di casa, la persona che incrociamo in viaggio e non rivedremo mai più. Lo sconosciuto diventa personaggio nei panni di chi fu; abbiamo i cardinali, le cortigiane, i dotti, abbiamo la figura della smorfia.

Il coraggio di una scelta libera nel mondo dell'arte è ben espresso in «Noi, neanche dannati». Francesca Sacchi Tommasi presenta il lato nascosto di un artista, attraverso un percorso di opere recentissime e di altre ancora inedite. Un faccia a faccia tra l'ironico e il drammatico che giunge fino a rappresentare il tema della follia in Sapientia Hominum. Infine, si ritorna al corpo bello e seducente passando attraverso la tensione dell'Eros, il dirompente palpitare di vita e il desiderio di immortalità: in questo tratto sono presentate le ricerche iconografiche dell'opera della Mutinelli, dal mistero della nascita a quello della morte.

«Noi, neanche dannati» presenta una serie di sculture che testimoniano la fragilità della figura umana con il rimpianto di un umanesimo perduto.