Quel «compagno» della Cgil che sottrae la casa ai poveri

E se vi dicessero che un funzionario della Cgil con un incarico a livello nazionale vive di fatto in una casa e, senza titolo, continuasse a tenerne occupata una seconda, di proprietà dell’Aler, sottraendo di fatto l’alloggio a chi ne ha pieno diritto? Ecco la storia. Lui si chiama Adriano Sgrò, fino a qualche tempo fa ricopriva il ruolo di segretario della funzione pubblica a Milano e ora l’hanno promosso di grado. Sposato dal 2000, Sgrò vive con la famiglia in un appartamento di proprietà della moglie in cui però risultano domiciliati soltanto la signora e il figlio. Mentre la sua residenza è registrata da tutt’altra parte, in un’abitazione popolare appunto. Dissapori familiari? Nient’affatto. E allora? Allora succede che il sindacalista nel 1995 ottiene un appartamentino di edilizia popolare. Qualche anno dopo c’è il matrimonio e successivamente l’acquisto da parte della moglie di un’altra abitazione. «A quel punto - precisano dall’azienda di viale Romagna - non avrebbe più avuto diritto all’alloggio popolare: tra i requisiti per la graduatoria vale il reddito, ma anche il possesso degli immobili. A noi risulta sposato e lui avrebbe dovuto dare la disdetta». Ma così non accade. Anzi, succede che nel 2006 il funzionario della Cgil non presenta la dichiarazione dei redditi della consorte, così come gli aveva richiesto l’Aler (e tantomeno quella della seconda casa). La sanzione per questo genere di mancanza prevede di applicare il canone massimo dell’affitto. Lui però non ci sta, sostiene che la richiesta del reddito valga solo per il singolo residente e non per il nucleo familiare e apre un contenzioso. La vicenda va avanti, Aler decide di fare una verifica chiedendo al catasto se la persona in questione abbia o meno un immobile di proprietà e scopre che la moglie è proprietaria di una seconda casa adeguata per due persone dal 2004. Nel frattempo il ricorso del sindacalista viene bocciato e l’entità del debito verso Aler aumenta. C’è la morosità e c’è il fatto che dal 2004 fino a poco fa, a fine maggio per la precisione, il segretario della Cgil ha continuato a tenere occupato un alloggio che non gli spettava più. «La disdetta ci è stata comunicata di recente. Il signor Sgrò si rende disponibile a lasciare l’alloggio entro il 30 luglio - aggiungono dall’Aler -, ma non vuole pagare la morosità». Quattromila euro, o poco più. E se non dovesse saldare il debito? «Allora si segnala la cosa in Comune, dovranno fare un decreto di decadenza per poter liberare l’alloggio». Interpellato telefonicamente, Adriano Sgrò conferma che sì, effettivamente lui e la moglie hanno due domicili e due residenze diverse e poi dà la sua versione dei fatti. «L’immobile l’ho rilasciato mandando la disdetta a fine maggio. Sui requisiti, chieda all’Aler, io penso di averli. La condizione mia su quell’immobile dice che li ho. Loro mi hanno aumentato la retta e io l’ho contestato». Mi scusi, ma nel momento in cui sua moglie è diventata proprietaria di un altro alloggio, lei avrebbe dovuto comunicarlo all’azienda di viale Romagna per dare la possibilità a qualcun altro di subentrare. Perché non l’ha fatto? «E perché l’Aler non mi ha chiesto di lasciare la casa? Se l’immobile fosse stato mio, avrei dovuto rinunciarci. E poi che non avessi diritto a quell’alloggio è un pensiero suo e dell’Aler». Forse.

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