Quel piano per scardinare il patto

Marcello Zacché

da Milano

Un’operazione da 1,3 miliardi. Potrebbe essere questo il saldo finale dell’avventura Rcs per le tasche di Stefano Ricucci, lo scalatore che ha già messo insieme il 20% del capitale di Rcs e che, da ex odontotecnico, realizzerebbe il vero sogno americano. E con lui anche Anna Falchi, che domani diventerà sua moglie. In comunione di beni.
I tentativi di intesa con il patto di sindacato che controlla il gruppo editoriale del Corriere della Sera non sono andati a buon fine e dunque - secondo quanto fa capire lo stesso immobiliarista - non resta che una strada: quella dell’Opa, dell’attacco frontale. A tal proposito Ricucci sarebbe pronto a liquidare le sue quote in Antonveneta e Bnl, che da sole valgono 800 milioni, per poi mettere sul piatto, facendo leva finanziaria con le banche, un importo complessivo nell’ordine dei 3,1 miliardi: la differenza verrebbe raccolta a debito sui mercati finanziari e in parte tramite l’appoggio diretto di alcune banche.
L’idea è quella che il gruppo Magiste salga fino al 30%, impresa che richiede ai prezzi attuali un investimento di 400 milioni. Quindi scatterebbe l’Opa obbligatoria che, sempre sulla base dei corsi attuali (si considera la media tra il prezzo medio dei 6 mesi e quello più alto pagato dall’offerente), dovrebbe essere lanciata a circa 5,2 euro per azione, per un importo di 2,7 miliardi. A questo punto il patto dei 15 soci, che controllano il 58%, dovrebbe uscire allo scoperto: è probabile che qualcuno (come Fiat, oppressa da difficoltà finanziarie) o Generali (allettata da un’occasione di fare cassa che sarebbe difficile da negare ai propri soci) sia tentato di aderire. Oppure di cedere agli altri soci del patto. Ma allo stesso prezzo offerto da Ricucci (come prevede il codicillo che non avrà valore legale, ma rappresenta pur sempre un’opzione reale).
Un’ipotesi non priva di ostacoli: il solo 10,3% di Fiat varrebbe più di 400 milioni e anche in questo caso bisognerebbe andare a spiegare una tale operazione ai soci di minoranza di chi compra. E in ogni caso, anche ammettendo che il fronte dei soci del patto in un modo o nell’altro rimanga compatto, il problema Ricucci resterebbe: il suo 30%, che potrebbe salire al 40-41% con l’adesione del flottante, sarebbe una spada di Damocle in grado di paralizzare l’attività del gruppo attraverso la minoranza di blocco nelle assemblee.
In altri termini, spera Ricucci, lo scopo dell’operazione sarebbe in realtà quello di far scattare la contro-Opa da parte del patto. L’unica operazione in grado di chiudere con certezza la partita. A che prezzo? Un’offerta concorrente (che di fatto sarebbe rivolta solo a Ricucci) viene immaginata a 5,8-6 euro.
Risultato: Magiste consegnerebbe il suo 30% con un incasso di 1,35 miliardi. E con una plusvalenza nell’ordine dei 250 milioni. Se infatti è vero che l’attuale 20% è in carico a 4,4 euro per azione, e se si ipotizza che l’ulteriore 10% venga acquistato al prezzo medio di 5,7 euro (quello di ieri), l’esborso sopportato sarebbe di 1,1 miliardi.

Commenti