Quelle immagini eterne che parlano di noi

I luoghi ci sono. Ci sono le campagne, c’è la nebbia, ci sono le case, le grandi strade bianche, dritte e assolate, le spiagge desolate. C’è ancora tutto. Non ci siamo noi. E non perché le immagini dei luoghi non appartengono a un album di famiglia. Ma perché siamo altrove. Ci siamo perduti e non ritorneremo più. Le immagini registrano l’ultima essenza possibile, non solo di un sopravvissuto mondo contadino, ma anche delle pompe di benzina o degli svincoli autostradali, luoghi di desolazione e di imprevista poesia della memoria. Tutto ci evoca nostalgia, anche di una vita che non abbiamo vissuto. Nostalgia della nostalgia. Così osserviamo qualcosa di diverso dalla realtà. L’assoluta normalità produce una assoluta inquietudine. Queste immagini prescindono dal nostro sguardo. Sono immagini interiori. Non concedono nulla a ciò che rappresentano. E neanche a noi, lontani. Esse si trasferiscono in un aldilà, che è anche aldilà della memoria. Non è il passato che esse intendono preservare, ma l’eterno presente della felicità che non ci è consentita, che ci sfugge, che è sempre altrove. E neanche l’altrove ci appartiene. Così esse attivano una memoria della memoria, supremo artificio applicato alla natura. In una elegia dell’inappartenenza non dei luoghi a noi, ma di noi ai luoghi. Dove non torneremo più. Dove forse non siamo mai stati. Eppure siamo costretti a rimpiangerli.