«Ma quelle toghe che sbagliano non pagano mai»

RomaNon sorride per niente il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano perché «questa volta è stata messa una pezza ma non è più possibile andare avanti così, i magistrati che sbagliano devono pagare».
Sottosegretario Mantovano, Luigi Campise, l’assassino condannato a trent’anni di reclusione ma libero, è tornato dentro.
«Non vorrei parlare del caso specifico perché non conosco tutti i dettagli dell’inchiesta. Il problema non è la legge ma la corretta applicazione della legge».
Cioè qualcuno ha preso una cantonata, aprendo le porte della galera a un reo confesso?
«Quando ci sono reati che richiedono la custodia cautelare in carcere, quando si verificano delitti di particolare gravità, di regola si ha un’attenzione particolare».
L’attenzione c’è stata: l’omicida di Soverato è stato rimesso in libertà due anni e mezzo dopo la sentenza.
«Ancora una volta il lavoro della polizia giudiziaria e il dolore dei familiari della vittima sono stati calpestati».
Se non ci fosse stata la lettera del padre della vittima ai mezzi di informazione non sarebbe accaduto nulla: normale tutto ciò?
«No che non lo è. E qui sta il problema: la domanda è imbarazzante per tutto il sistema giudiziario. E non è la prima volta che accade».
A cosa allude?
«A pluriomicidi, presunti boss mafiosi attivi in Puglia, fuori anche loro per decorrenza dei termini. Oppure a indagini fatte soltanto perché affiancate da suggestioni mediatiche. Così non va».
L’intervento del Guardasigilli Angelino Alfano, nel caso Campise, è stato risolutore. Meno male?
«È stata messa una pezza e, probabilmente, la mossa di Alfano (nel tondo, ndr) è stata determinante per l’arresto. Ma non posso esultare quando occorre la minaccia dell’invio degli ispettori per supplire allo scarso senso di responsabilità di certi magistrati».
E adesso che succede?
«Nel caso specifico gli ispettori dovranno verificare se ci sono state violazioni di legge e poi faranno un rapporto al ministro. Ma il problema è a monte».
E sarebbe?
«Che i magistrati non pagano mai, ahinoi».
Consiglio superiore della magistratura e Associazione nazionale dei magistrati: non sono lì per quello?
«Ecco il punto cruciale: loro, sempre prodighi a dire la loro e a puntare i piedi ogni volta che si parla di una modifica legislativa in tema di giustizia, poi tacciono su casi come questi».
Perché?
«Perché anche i magistrati sono una casta e tra loro c’è una copertura corporativa impressionante».
Cosa si può fare in merito?
«Cambiare radicalmente il sistema disciplinare che, così com’è, non funziona».
Facile a dirsi ma poi...
«No, sono fiducioso. D’altronde non è soltanto la destra a dire che bisogna cambiare il Csm».
Sì, ma come?
«Persino Luciano Violante, ex punta di diamante del cosiddetto “partito dei giudici” ha ammesso l’evidenza».
Che sarebbe?
«Che è necessario portare fuori dal Csm, in un’Alta corte indipendente e autonoma, i giudizi disciplinari su tutti i magistrati».
Insomma, il Csm non va perché inquinato da troppa politica?
«Così com’è adesso il Csm è nelle mani delle correnti dell’Anm e spesso nelle loro decisioni prevale l’appartenenza all’una o all’altra corrente. Si cambi in fretta».

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