Quelle "vallette" sono quasi delle regine

Eterno femminino e orgoglio di genere per un ruolo che cambia

Quelle "vallette" sono quasi delle regine

Se è vero che il termine «valletta» risulta oggi sminuente a fronte delle conquiste che le donne hanno ottenuto sotto il profilo identitario, è vero altrettanto che la valletta ha avuto, nel costume italiano, un peso che non si può obliare. Tra l'altro è difficile trovare un termine che sostituisca efficacemente «valletta» e Massimiliano Beneggi, autore del saggio Non chiamateci vallette (edizioni D'Idee, prefazione di Giorgio Simonelli), ce ne dà conferma. Il volume è un dovizioso excursus storico e una riflessione pacata su quanto sia utile preservare il femminino nella nostra società, invitando cordialmente le femministe di ritorno a deporre l'ascia di guerra. È un omaggio nostalgico a una categoria professionale confondibile con le qualifiche contigue di showgirl, primadonna, conduttrice. Ne sapeva qualcosa Mike Bongiorno il quale, dalla valletta muta Edy Campagnoli, ebbe a fronteggiare le minigonne un poco ardite di Sabina Ciuffini e la contestataria Paola Manfrin, le curve pericolose di Paola Barale e la più insidiosa ancora lingua senza freni di Antonella Elia. Pippo Baudo (nella foto), amava le sfide, e rientrava nel concetto di sfida accompagnarsi a ragazze rampanti come Barbara D'Urso e Alessandra Mussolini.

Il ruolo della donna sul piccolo schermo veniva dibattuto anche allora e sia Antonio Ricci sia Renzo Arbore, saturi forse entrambi delle discussioni infinite sul tema, si inventarono rispettivamente le Fast Food del Drive in e le Coccodè di Indietro tutta, con intenti fortemente parodistici. Ad ogni modo la valletta, nonostante venga ritenuta specie estinta, è viva e lotta insieme a noi: ha le fattezze di Filippa Lagerback, espressione di un passato televisivo perfettamente integrato nel presente.

Non è sbagliato neanche reclamare per il futuro la presenza di valletti maschi, solo che non sarà facile eguagliare le vette di Abramo Orlandini, valletto silente ma essenziale di Sgarbi quotidiani, che taceva imperterrito mentre il critico d'arte esondava.

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