Quell'esercito di tragici miracolati sopravvissuti a tutte le catastrofi

Dalle macerie di Haiti ne hanno estratti 90. Vivi quando tutti li credevano morti. Non è la prima volta che succede: dalle tragedie aeree alle stragi familiari, dallo tsunami a Beslan c'è sempre qualcuno, magari da solo, che sfugge alla morte. Per non vivere più

Alessandra Piovesana restò sospesa per qualche secondo a duecento metri dal suolo sulla funivia del Cermis. Poi il cavo si spezzò e precipitò al suolo. 43 persone a bordo, 42 morti. Alessio Bertrand lavorava come mozzo di bordo quando il traghetto Moby Prince speronò la nave cisterna Agip Abruzzo piena zeppa di petrolio: 142 persone a bordo, 141 morti bruciati vivi. Pasquale Padovano stava smistando bagagli al taboga dell'aeroporto di Linate quando un un aereo della Sas piombò alle sue spalle. 119 persone, 118 morti. Essere l'unico sopravvissuto è un privilegio che ti perseguita per tutta la vita, una domanda che ti lascia per sempre senza fiato. Ad Haiti sono poco più di novanta quelli usciti vivi dalle macerie quando tutti li davano ormai per morti, ma è un altro modo per restare soli. Sopravvissuti. Ma non sempre salvi.
Nurpasha Kulaev, l'erode ceceno salvato dal caso
Quando l'hanno catturato aveva la barba lunga, le mani legate dietro la schiena e lo sguardo terrorizzato. Adesso Nurpasha Kulaev, l'unico sopravvissuto del commando ceceno che prese in ostaggio 1.300 persone nella scuola di Beslan, sembra un collegiale. Pettinato, ben rasato, persino rilassato. Al processo si è proclamato innocente: nonostante 318 morti, fra cui 186 bambini. Dei trenta terroristi solo lui l'ha fatta franca. Sopravvissuto ai cecchini e alla vocazione suicida dei suoi. Cercò di fuggire nel caos, come uno qualsiasi, ma lo presero subito. Ha rischiato anche al processo dove rispose di otto capi d'imputazione, fra cui terrorismo, sequestro di persona e omicidio. I parenti delle vittime volevano linciarlo nella gabbia degli imputati, ma erano pronti a chiedere la grazia per lui se avesse detto la verità su complici e mandanti. Ha preso l'ergastolo. Ma non ha ia detto niente.
Martin Farkas e quella telefonata dall'inferno
«Mi ha urlato: l'aereo è precipitato, qui sta andando tutto a fuoco, sono in qualche punto della foresta che non so... chiama i soccorsi, chiama la polizia...». Michaela ha le mani nei capelli ma è una donna felice. Il suo Martin è l'unico sopravvissuto del disastro aereo che ha ucciso tutti e 42 i suoi commilitoni. Il velivolo riportava in patria i soldati impegnati in missione di pace in Kosovo, tra cui lui, Martin Farkas, 27 anni, soldato semplice, slovacco. È precipitato nelle vicinanze del confine tra Ungheria e Slovacchia, un giorno di gennaio di quattro anni fa. E non sa nemmeno lui come sia riuscito ad uscire da quell'inferno, a trovare la forze di telefonare alla moglie per avvertirla della sciagura, con l'aereo ancora in fiamme. È uscito dalla terapia intensiva con un edema cranico e contusioni dappertutto. Ma dice che il futuro adesso non gli fa più paura.
Abu Daid, l'ultimo giorno di Settembre nero
Ha scritto al presidente palestinese Mahmoud Abbas: ha 72 anni, è stanco, vuole tornare casa, sono ormai anni che vive in esilio, da un rifugio all'altro, tra le capitali arabe. È l'unico sopravvissuto del commando di Settembre nero che il 5 settembre 1972 alle Olimpiadi diMonacomassacrò 11 atleti israeliani. Mohammed Daoud Oudeh, detto Abu Daud, era la mente. Cinque terroristi morirono nel blitz delle teste di cuoio tedesche, tre la fecero franca ma Golda Meier, scatenando una squadra speciale del Mossad, decise di sterminarli tutti. A lui spararono cinque colpi a distanza ravvicinata in un caffè di Praga. Ma se la cavò. Un'operazione che ha ispirato il film di Steven Spielberg, «Munich ». Daud dice che rifarebbe Monaco anche oggi ma anche che Hamas deve riconoscere Israele. Dice che non sa perché è vivo. E fino a quando.
Rizawati, la bambina resuscitata tra le onde
Il suo paesino contava cinquanta capanne, ci abitavano duecento persone. Erano felici. Fino a quella mattina. «Stavo giocando con mio fratello quando improvvisamente ho sentito delle urla. Venivano dalla spiaggia. Ho fatto appena in tempo a girarmi: ho visto un muro d'acqua crollarmi addosso... ». Rizawati abitava in un villaggio di pescatori a sud di Aceh, l'area più vicina all'epicentro del sisma. Non si è salvato nessuno. Tranne lei. Se l'è cavata con un occhio malconcio e qualche sbucciatura sul ginocchio, aggrappata al tronco di una palma divelta che non si fermava più, in mezzo a un mare di cadaveri. Poi ha visto un elicottero e ha cominciato ad agitare le manine. I militari l'hanno caricata a bordo, non è stato difficile, pesava poco e niente. Nessuno sa dov'è finita la piccola Rizawati. E se le basterà una vita per rifarsi una vita.
Stacy Moods, vivere senza più nessuno al mondo
Non le è rimasto più nessuno. La mamma, i nonni, il fratello. E non c'è più nemmeno Megan, il suo amico, e la sua fidanzatina Paige. Aveva solo 14 anni. Tutti uccisi nella fattoria di famiglia. Tutti uccisi da Scott Moody, suo fratello, 18 anni, che i nonni non volevano lasciare andare a vivere in città. Per questo ha scaricato la sua calibro 22 su tutti quelli che c'erano in casa, a Logan County, prima di puntarsi la pistola alla testa. Era sicuro che nessuno fosse scampato al massacro. Ma Stacy era viva. Con due pallottole conficcate nel collo, ma viva. Dice di avere ancora paura. Perché il fratello quella notte aveva un complice e adesso chissà dov'è. Forse un fantasma uscito dai suoi incubi, ma non il solo. Nel salotto della fattoria c'è ancora un quadretto appeso al muro, con la foto di Scott e una dedica, con amore, dai nonni: «Buona fortuna per il tuo futuro, ragazzo».
Randal McCloy, nel tunnel ha ritrovato la vita
Ha passato 41 ore in un tunnel lungo quattro chilometri, ottanta metri sotto terra. E pensava di essere già morto. Invece Randal McCloy, 26 anni, è l'unico ad essere uscito da quella maledetta miniera della West Virginia. I suoi dodici compagni non ce l'hanno fatta, lui il più giovane per ora sì: è uscito anche dal tunnel del coma. Ha cominciato a parlare, muovere le mani, mordere il tubo del respiratore, battere le palpebre ma il monossido di carbonio gli ha provocato danni cerebrali che non lo hanno ritrovato al risveglio nelle stesse condizioni in cui si era addormentato: microemorragie cerebrali, danni alla sostanza bianca. È già stato sottoposto a due trattamenti iperbarici, sta cercando le parole, incollate chissà dove, come un bambino: per ora risponde a monosillabi, è già un miracolo. A volte gli occhi si perdono nel cielo. Forse perché ci sono dodici angeli a vegliare su di lui.
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