Quelli che... Milano

Tredici ragazzi della scuola di giornalismo della Statale, cinque storie da raccontare attraverso immagini, voci, volti. Sono storie di milanesi che si raccontano attraverso passioni, impegni, speranze, in una città che tanto toglie ma tanto dà

Voci da ascoltare, volti da fotografare, storie da raccontare in questo "enorme conglomerato di eremiti". Lo hanno fatto i ragazzi della scuola di giornalismo dell'Università Statale di Milano: armati di macchina fotografica e registratore, i tredici ragazzi hanno incontrato cinque milanesi, ci verrebbe da dire "qualsiasi", anche se qualsiasi non lo è nessuno.

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Milanessissima ma sin da giovanissima appassionata di questioni meridionali, Ilaria racconta come l'interesse per il sud sia nato l’ultimo anno di liceo grazie ad un professore siciliano che l’ha illuminata sulla storia di una parte del Paese poco conosciuta. Così Ilaria ha iniziato ad indagare le cause della cosiddetta “modernità squilibrata del Mezzogiorno d’Italia” e ha scoperto ben presto che sono da ricondurre alla criminalità organizzata. Da qui gli studi di legge e l’incontro con Libera, l’associazione che lotta per la diffusione della mafia, per cui lavora come avvocato. Attraverso Libera Ilaria ha scoperto un modo non repressivo per sconfiggere la mafia, un’operazione di sensibilizzazione culturale che necessita di dedizione e passione. Quella di Ilaria non è una missione, come dice lei “non faccio niente di straordinario”, ma è un impegno quotidiano perché “ci sono cose che non si possono non dire”.

A 7 anni girava le pizze da sola sulla cassetta dell’acqua minerale, a 13 faceva le pizze da sola, a 23 rivelava il ristorante del padre diventando imprenditrice. Da allora Viviana inizia la sua carriera di chef ricevendo numerosi premi, tra cui il Gambero d’Oro, suo grande orgoglio. Luigi, Russel, Laura, sono la sua famiglia: i suoi collaboratori su cui Viviana investe tempo e pazienza affinchè imparino al meglio l'arte della cucina. La voce di Viviana si scalda di emozione quando descrive la sua ultima creazione, il sospiro, delizioso pasticcino di pandispagna tondo con cioccolato fondente: erano 5 anni che ci provava e l'emozione di essere finalemente riuscita a raggiungere il dolce obiettivo è enorme. Napoletana d’origine ma milanese d’adozione, Viviana ama Milano e non riuscirebbe a tornare a vivere a Napoli perché Milano l’ha cambiata, ha cambiato la sua mentalità.

Nicoletta invece è milanese doc e di Milano Nicoletta coglie anche i limiti: "tanto dà ma tanto toglie". La cultura a Milano bisogna andare a cercarla, magari in modo un po’ underground, non così ufficiale come è invece in altre città; a Milano le persone parlano linguaggio diversi e spesso, purtroppo, questi linguaggi non si intersecano. E cultura vuol dire anche interpretare quello che già abbiamo, esattamente come fa lei. Il suo è un pronto intervento creativo: apri l’armadio e decidi di modificare quello che già hai ma non ti piace del tutto, creando così qualcosa di completamente nuovo. L’abito non fa il monaco? Per Nicoletta non è così: conta nel momento in cui indossi quello che ti piace e racconta qualcosa di te.

Ciccio, che vive Milano a due ruote: ex ricercatore della Facoltà di Agraria, tutti i giorni pedala fino alla stazione di San Donato dove lascia il suo amato mezzo per la metropolitana che lo porterà in centro. Per Ciccio, che si definisce “ciclicamente diverso”, il numero di biciclette circolanti in una città è direttamente proporzionale alla civiltà di questa. Milano, purtroppo, da questo punto di vista non è a misura d’uomo: quello che, secondo Ciccio, impedisce la diffusione di una “cultura” della bicicletta è un ostacolo mentale non fisico: la gran parte delle persone considera la bicicletta ancora un mezzo di trasporto pericoloso e faticoso. Il “ciclicamente diverso” Ciccio invece crede nella possibilità di creare una cultura a due ruote attraverso la diffusione della passione per quello che non è un semplice mezzo di trasporto ma un modo di interpretare il mondo e il rapporto con esso.

“Un laser, una volontà granitica”: è Daniele, giovanissimo direttore d’orchestra. Figlio d’arte di mamma cantante, a 20 anni il diploma in organo, pianoforte e direzione d’orchestra. Dotato del “sacro fuoco”, Daniele era considerato dai compagni di liceo uno “sfigato”, uno diverso, uno insomma che si distingue. Un incontro fortuito con il maestro Noseda con cui ha seguito un master per poi diventare uno dei più giovani direttori d’orchestra della Scala. Oggi Daniele vive e lavora a Londra, sua base operativa. Più vive all’estero più si sente italiano, anzi milanese. Milano, la sua città natale, ora lontana ma apprezzata e amata nei suoi pur numerosi limiti.

 

Nicoletta invece è milanese doc e di Milano Nicoletta coglie anche i limiti: "tanto dà ma tanto toglie". La cultura a Milano bisogna andare a cercarla, magari in modo un po’ underground, non così ufficiale come è invece in altre città; a Milano le persone parlano linguaggio diversi e spesso, purtroppo, questi linguaggi non si intersecano. E cultura vuol dire anche interpretare quello che già abbiamo, esattamente come fa lei. Il suo è un pronto intervento creativo: apri l’armadio e decidi di modificare quello che già hai ma non ti piace del tutto, creando così qualcosa di completamente nuovo. L’abito non fa il monaco? Per Nicoletta non è così: conta nel momento in cui indossi quello che ti piace e racconta qualcosa di te.

Attraverso le voci di questi milanesi, doc o d’adozione, scopriamo un volto diverso, nascosto di Milano, città che, come dice Nicoletta, “tanto dà ma tanto toglie” ma che comunque è terra di incontri, di storie, di passioni, di speranze, di persone insomma.

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