Politica

La questione sudnordista

La questione del Partito del Sud è cosa troppo seria per poterla liquidare con giudizi tanto rapidi quanto insulsi o alimentarla con iniziative un po’ folcloristiche. La crisi del Mezzogiorno è, infatti, grave e pericolosa e deve preoccupare tutti, a cominciare dalle aree forti del Centro-Nord la cui crescita senza l’apporto del Mezzogiorno sarà sempre modesta. Non è un caso che l’arretramento del Sud degli ultimi 14 anni si colloca nel quadro di debolezza dell’intero Paese diventato, dal 1995 in poi, la cenerentola d’Europa per tasso di crescita e di produttività del lavoro. Nel ’95 le otto regioni meridionali nella classifica delle regioni europee erano tra il 112° posto e il 192°. Dieci anni dopo erano tra il 165° e il 200° posto. Nel periodo 2001-2007 l’economia meridionale è cresciuta dello 0,6% mentre quella del Centro-Nord dell’1,2%. Il reddito pro-capite del Sud rispetto al Centro-Nord che nel ’91 era del 59,7% è oggi al 58,6%, dopo essere precipitato nel periodo ’94-99 al 55%. Il recupero di questi ultimi anni è per buona parte legato alla ripresa di un forte flusso migratorio verso il Nord. Il pensiero economico debole di questi ultimi 15 anni ha sempre di più parlato di una questione settentrionale che oggettivamente c’era ma ritenendola, nei fatti, contrapposta alla questione meridionale. Errore politico grave, perché negli ultimi 3 lustri è l’intero Paese ad essersi indebolito. Valga per tutti l’indicatore della spesa pubblica per investimenti, che nel ’90 era del 3,2% del Pil ed è passata al 2,1% nel ’95, al 2,3% nel 2000 e al 2,2% nel 2008. Quindici miliardi di euro di investimenti in meno per 14 anni. E, conseguentemente, il divario infrastrutturale tra l’Italia e l’Europa è triplicato negli ultimi due lustri e addirittura quintuplicato se si considerano le otto regioni meridionali. Da questo quadro, dunque, emerge un’esigenza nazionale di riprendere un processo di sviluppo con tassi di crescita totalmente diversi dal recente passato e le due questioni, quella settentrionale e quella meridionale, sono due facce della stessa medaglia. Detto questo, sul piano economico resta, però, la questione politica. Il dualismo economico, infatti, si è lentamente trasformato negli ultimi 17 anni in un dualismo politico. Il crescente peso elettorale di una forza politica presente solo nelle regioni del Nord, la Lega, e la oggettiva crisi dei partiti nazionali ha da un lato irrobustito nel Nord tutti i centri di potere politico, economico e mediatico e dall’altro ha alimentato quel disagio meridionale e quel senso di abbandono che oggi emerge da ogni parte. C’è dunque un doppio rischio. Quello dell’arroganza e della derisione da parte della rappresentanza politica del Centro-Nord da un lato e quello della estemporaneità di alcune iniziative di parlamentari meridionali. Non ce ne vogliano alcuni deputati meridionali, tra cui autorevoli rappresentanti del governo, ma che significa riunirsi a Sorrento e tacere nelle aule parlamentari o nel Consiglio dei ministri? Chi vuole sostenere la giusta causa di un Mezzogiorno alla deriva non può che farlo nelle sedi opportune con un respiro di responsabilità nazionale e altrettanto, naturalmente, si chiede alla Lega e a chiunque altro se ne voglia far carico. Utilizzare circa 20 miliardi di euro dei fondi per le aree sottoutilizzate per coprire il mancato gettito dell’Ici o l’incremento degli ammortizzatori sociali non è solo un problema del Mezzogiorno dal momento che si trasforma in una ulteriore riduzione della spesa per investimenti e in una crescita di quella corrente. Se questo è vero il rilancio di una nuova politica meridionalistica deve cominciare, però, dalla riforma del sistema politico che nel Mezzogiorno non seleziona più classe dirigente all’altezza dei bisogni e da una riforma della macchina amministrativa, oltre che da un’offensiva culturale capace di battere l’antico, diffuso convincimento meridionale di uno Stato lontano e patrigno. È questa la porta attraverso la quale passa e cresce la criminalità organizzata e la sua tracimazione nell’economia reale. Qualunque obiettivo programmatico per giusto che sia se non è guidato da questa offensiva politica e culturale della classe dirigente del Sud avrà vita breve e insignificante. In queste condizioni la responsabilità di evitare smottamenti politici resta tutta nei partiti nazionali nella speranza che nelle aule parlamentari e nello stesso governo si abbia il coraggio di porre con serenità e con determinazione l’esigenza di sviluppo delle aree meridionali come contributo ad una più robusta crescita dell’intera economia italiana.
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