«Questo è un delitto camuffato L’ex portinaio sapeva troppo»

«Con la morte di Pietrino Vanacore il vero assassino di Simonetta Cesaroni sarà ora più tranquillo».
Francesco Bruno, criminologo, apre scenari se possibile ancor più inquietanti su questo giallo senza fine che porta il nome di una strada: via Poma. E che con la tragica fine di Vanacore apre un nuovo capitolo. «Chi, quel 7 agosto di vent’anni fa, uccise la giovane impiegata è libero e non penso si tratti di Busco».
Cosa glielo fa pensare?
«Le indagini non furono fatte bene, ci furono un mare di inesattezze, depistaggi, particolari trascurati... Secondo me l’omicida è una persona il cui nome è entrato nei fogli processuali, una persona coinvolta nelle indagini ma favorita da un alibi. E di certo Vanacore qualcosa sapeva. Ma ha taciuto per tutto questo tempo».
La tragica fine dell’ex portinaio dunque gioverebbe al killer di Simonetta?
«Siamo alla vigilia del processo che vede imputato l’ex fidanzato della Cesaroni, Raniero Busco. Vanacore avrebbe dovuto testimoniare e, chissà, stavolta magari raccontare finalmente qualcosa di interessante».
Un suicidio perlomeno «strano»
«Quasi demenziale, oserei dire».
Si spieghi meglio
«Lei come vede il caso di un uomo che dopo vent’anni sceglie un metodo così complicato per uccidersi? C’è un principio che dice che tutto ciò che non è chiaramente un suicidio è un omicidio... In questo caso, tutto sembra eccessivamente scenografico. Il veleno, poi la corda legata al piede e fissata a un albero prima di buttarsi in pochi centimetri di mare. Quasi a voler dimostrare che si tratti davvero di un suicidio. Chi decide di farla finita solitamente non pensa al dopo. Non sta a perdere tempo per essere certo che il suo cadavere venga trovato subito».
Significa che Vanacore potrebbe essere stato assassinato?
«Mi devono dare le prove che si sia tolto la vita da solo, o che nessuno l’abbia spinto a farlo, perché altrimenti io non ci credo».
Lo stesso Garofalo ex comandante del Ris, ha ripetuto che la testimonianza del portinaio sarebbe stata preziosa e che comunque in qualche modo lui era coinvolto nella vicenda.
«Si è sempre sospettato che Vanacore sapesse molto di più di quanto raccontò agli investigatori, anche quando venne indagato come possibile assassino. In ogni caso qualunque cosa sapesse era lui il testimone capitale».
Il sintetico biglietto d’addio che ha lasciato non aiuta.
«“20 anni perseguitati senza nessuna colpa”. È un messaggio assolutamente anomalo. Lo capirei nel caso di un politico, di un uomo pubblico travolto da uno scandalo di cui si sente vittima innocente. Dunque un ultimo messaggio per dire: “Ecco, voi mi avete perseguitato e io mi ammazzo per colpa vostra”. Ma qui non c’entra assolutamente nulla, Vanacore ormai era un personaggio, diciamo così, dimenticato. Un tranquillo pensionato che vive in un paesello. Non penso che doversi presentare come testimone a un processo possa spiegare un gesto simile. Sia nei tempi che nelle modalità».

Commenti

Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento