Oggi è uno di quei giorni che speravi di sfangare presto la giornata e invece Donald Trump viene a scassarti i cabasisi. Ormai accade un po’ troppo spesso, amico mio.
La notizia del giorno sono ovviamente le parole del presidente Usa su Giorgia Meloni. Sintetizzo: “Non ha coraggio”, “Non ci aiuta sulla guerra in Iran”, “Non si adopera per il petrolio”, “Non le interessa se l’Iran fabbrica l’atomica”. Ma soprattutto: “Non ci parliamo da molto tempo” e “Su di lei mi sbagliavo”. Dopo il “non condivido né condanno” la guerra in Iran e “l’inaccettabile” sulle parole del tycoon contro Papa Leone XIV, sarebbe stato strano se Trump non si fosse scagliato contro la nostra premier. Era scontato. Ma avrà un effetto dirompente. Per la nostra politica estera. Per l’immagine di Meloni. E anche per i sondaggi.
Occhio, non sto dicendo che sia del tutto un “male”. Meloni ha provato a tenere insieme Trump e l’Occidente europeo, ci ha provato in tutti i modi, ma The Donald non era forse così interessato. E oggi il rischio maggiore era che l’abbraccio del Tycoon diventasse “mortale”, un po’ come le visite di JD Vance in Ungheria da Viktor Orbán. Vuoi vedere che, alla fine, lo scontro con la Casa Bianca ridarà un po’ di sollievo all’immagine elettorale di Giorgia?
Cioè voglio dire: non è che, a conti fatti, Meloni non poteva sperare in botta di c* migliore che finire nel tritacarne dell’ormai odiato (dalle pubbliche opinioni) Trump?
Anche perché se l’obiettivo era evitare di farsi trascinare nell’oblio in cui Trum sta scivolando (almeno di fronte alle pubbliche opinioni europee), è meglio farsi mandare al diavolo dal presidente Usa che trovarsi costretti a mandarlo noi al quel paese.
Resta il fatto che in qualche modo la rottura con gli Usa segna la “chiusura”, e forse anche il fallimento, della strategia estera del governo costruita sin qui. Questo va ammesso, senza ipocrisie.
In questa scia si inserisce anche il caso della sospensione del memorandum sulla Difesa tra Italia e Israele, uno stop che la sinistra Pro Pal chiedeva da tempo. Ieri il governo ha consegnato a Tel Aviv l’avviso di non voler procedere al rinnovo automatico. Un segnale politico di distanza da Benjamin Netanyahu, senza alcun reale impatto pratico a livello militare né per Israele né per l’Italia. Però c’è il rischio che la mossa possa apparire come tardiva, soprattutto se l’intento è quello di “staccare” la propria immagine da quella di Bibi e The Donald. Vedremo come andrà a finire.
Meloni e il governo devono fare attenzione ad un solo fatto: non correre dietro alla sinistra e alle sue richieste. Insomma: tracciare un solco, ma senza esagerare. La posizione scelta da Giorgia&co. è complessa, ma va portata fino in fondo senza sbavatura: l’Italia è autonoma, ma resta amica degli Stati Uniti. Che le “terze vie” sono un grande sogno del passato ma, vuoi o non vuoi, a meno dell’America purtroppo (o per fortuna) non possiamo farne.
C’è questo complottone stupendo sulla famosa immagine di Trump nei panni di un “Gesù guaritore” che lo stesso presidente Usa ha condiviso sui social. Secondo alcuni, infatti, il “guarito”, cioè l’uomo sulla cui fronte Trump impone le mani, somiglierebbe incredibilmente a Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo che tanti grattacapi sta dando alla politica americana con i suoi “files”. Non so se gli somiglia davvero, ma il fatto che qualcuno ne sia davvero convinto mi affascina.
Matteo Renzi sa leggere la politica, nessuno ne dubita. Ma che uno al 2% dica che “il crollo” di Meloni “è appena cominciato” quando FdI nei sondaggi è data al 29%, ecco: mi sembra un tantino eccessivo.