Alessandro Parini
da Torino
A volte il destino è nascosto nei propri nomi e cognomi. Lanagramma di Roberto Bettega, fino a qualche giorno fa vicepresidente esecutivo della Juventus, propone infatti tre parole: gobba, rete e torta. Dove «gobba» può tranquillamente indicare la Juventus e «rete» non ha bisogno di spiegazioni. Sulla «torta» cè invece da preoccuparsi, visto quanto emerso in questi giorni: sinonimo di trucco, partite aggiustate e designazioni arbitrali pilotate. Inutile però cercare commenti e prese di distanza: Roberto Bettega non commenta. Il ruolo gli impone di tenere la bocca chiusa e lui obbedisce. Semmai, piange. Come ha fatto al termine della partita (vinta) contro il Palermo, quella che ha in pratica consegnato lo scudetto alla Juve. I suoi figli definiti «deficientelli e montati» da Giraudo durante una conversazione telefonica con Moggi: eppure, in tribuna donore, la Triade era ancora schierata come se nulla fosse accaduto. La Juve batte il Palermo: Moggi resta seduto, paradossalmente impietrito, Giraudo lancia il solito ghigno quasi satanico e Bettega piange. Di un qualcosa che è un misto tra tensione e gioia, paura e malinconia. Ma tenendo comunque fede al suo ruolo nella Triade: poco importa che lui, lanello da sempre meno considerato - mai intercettato, peraltro - potrebbe (quasi e forse) chiamarsi fuori. Se Triade deve essere, Triade sia: e chissà se qualcuno, adesso, ricorda che originariamente il termine Triade indicava la mafia cinese. Meglio non pensarci.
La carriera del dirigente Roberto Bettega è comunque indissolubilmente legata a quella di Moggi e Giraudo: sono arrivati insieme nellestate del 1994, chiamati da Umberto Agnelli. Da allora Bettega - nelle vesti di giocatore 7 scudetti, 2 coppe Italia, 1 coppa Uefa; 481 presenze e 178 gol, davanti a lui solo Del Piero e Boniperti - ha ricoperto la carica di vice-presidente esecutivo. Avrebbe dovuto rappresentare la faccia pulita della Juve, il legame con il passato e con lo stile della Signora. Ci è riuscito? Non troppo. Qualche gaffe è arrivata, come quella che lo ha visto di recente duellare a mezzo stampa con Michel Platini, il quale sosteneva che fosse il caso di smetterla di pensare esclusivamente ai soldi, che il calcio appartiene a tutti, non solo ai ricchi e così via. E Bettega, di rimando: «Michel è un amico, gli ricordo che se è arrivato in Nazionale lo deve alla Juventus». Niente di più falso, invece: Platini arrivò a Torino nellestate 1982, aveva esordito nei Bleus nel 1977 e aveva al suo attivo già due Mondiali.
Va poi detto che gli altri due - ovvero Moggi e Giraudo - si sono subito presi la scena mentre lui, lo juventino vero, ha preferito starsene in disparte: è diventato presidente del G-14, ma loperatività in casa Juve è stata relativa, nonostante uno stipendio annuo superiore al milione e 200mila euro. Ha dato consulenza sui giocatori, partecipato a strategie di mercato e vissuto giorno dopo giorno, quasi in penombra, dodici anni pericolosi. Moggi, Giraudo e Bettega come una cosa sola, la Triade appunto. E adesso che gli altri due sono stati beccati con le mani nel sacco, Bettega è stato dimenticato, pur non risultando compromesso: John Elkann non lo ha mai citato nei suoi piani di ricostruzione, limitandosi a parlare di «Capello e della squadra», lo stesso (non) ha fatto il nuovo amministratore delegato Carlo SantAlbano. E lui, lex Penna Bianca, non ha detto «beh»: ha intascato gli insulti ai figli (Alessandro, classe 1987, si è anche allenato qualche volta con la prima squadra) e si è poi presentato in tribuna donore al fianco dei compagni di avventura. Di qui a qualche settimana, vedrà entrare in società grandi ex bianconeri (Tardelli? Zoff? Prima o poi Platini?), mentre lui dovrà farsi da parte, decidere se dedicare maggior tempo alla Villanova spa (trasporti, spedizioni e logistica) e alla canadese Rand Worldwide (ambito meccanico e software), aziende di cui è consigliere, o limitarsi a una tranquilla pensione nella sua casa in pre-collina.
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