Rapine e attentati: "Così le nuove Br volevano portare il comunismo in Italia"

Le motivazioni della condanna del gruppo che agiva tra Veneto e Lombardia: "Volevano condizionare il dibattito politico per trasformare in senso comunista la società italiana". Tra i progetti, l'attentato a Ichino

Utopistico e squinternato finche si vuole: ma l'obiettivo del gruppo estremista sgominato due anni fa dalla Digos milanese era davvero quello di instaurare una dittatura comunista in Italia. Per questo, dopo avere scongelato il marchio «Brigate Rosse», erano pronti a sparare ed uccidere, e per questo avevano preparato armi e finanziato l'organizzazione a colpi di rapine.
É questo il senso delle motivazioni depositate dai giudici della Corte d'assise di Milano che nel luglio scorso inflissero pesanti condanne al gruppo capitanato da Alfredo Davanzo e Vincenzo Sisi. «Il gruppo - si legge nelle motivazioni - è più che sufficientemente strutturato per portare a termine gli atti che si propone. Nel programma del gruppo rientrano anche atti che devono definirsi violenti in quanto destinati a ledere l'integrità di persone e cose. I fini dell'associazione possono definirsi sia eversivi si terroristici, perché il fine ultimo cui sono diretti è il rovesciamento della forma di Stato e di governo attualmente vigente in Italia, in osservanza dei dettai della Costituzione repubblicana. Le azioni armate che il gruppo si proponeva di compere, infatti, eran destinate ad incidere per la loro valenza simbolica (non tanto per il singolo obiettivo colpito) sul dibattito politico in corso in svariato ambiti. Inoltre, tutt'altro che secondario, era l'intento di colpire gli avversari politici a chiaro scopo intimidatorio».
E ancora: «Il risultato auspicato, in conseguenza delle azioni violente che si proponevano, era pertanto duplice. Sotto un primo profilo si intendeva impedire un sereno dibattito polittico su argomenti di grande impatto sociale come la politica del lavoro colpendo direttamente fisicamente gli avversari politici, chiarendo così che anche il semplice professare opinioni diverse poneva la loro stesa vita in pericolo. In secondo luogo s intendeva viziare l'iter decisionale dei poteri pubblici, mostrando nei fatti che certe decisioni avrebbero comportato una risposta violenta con grave nocumento di quell'ordine pubblico che le autorità hanno il dovere di preservare».
D'altronde, scrivono i giudici, anche gli imputati nel corso del processo avevano rifiutato quasi tutti di farsi interrogare, i «duri» del gruppo avevano ammesso e anzi rivendicato la loro militanza «rivoluzionaria» con i proclami lanciati dalle gabbie in cui si dichiaravano «militanti per la costruzione del partito comunista politico militare» e dirigenti di un «gruppo che anche con le armi intende giungere ad un trasformazione in senso comunista della società italiana».
Tra gli attentati che il gruppo aveva in cantiere che - secondo i giudici - vennero bloccati solo dalla retata della Digos c'era un agguato al senatore del Pd Pietro Ichino, tra i principali fautori della deregulation del mercato del lavoro.