Reportage: in missione con i parà in Afghanistan tra bombe e talebani

A meno di due settimane dal voto, viaggio nella provincia afghana
teatro dei combattimenti più sanguinosi e dove ora gli insorti iniziano
a ritirarsi. <strong><a href="/a.pic1?ID=372436">E gli anziani siglano la tregua</a></strong>

Bala Mourghab (Afghanistan nord-occidentale)Il Lince arranca sul trituro di creta e sassi, sbuca dalla montagna, s'infila tra muretti d'argilla e fango, solleva nubi di polvere in un nulla spettrale dove gli umani sembrano svaporati nella fornace del mezzogiorno. Siamo i primi della colonna e il caporal maggiore scelto Ezio Picone non vuole sorprese: «Attenzione a tutta la maglia, non vedo anima, distanziamoci, mitraglieri con gli occhi ben aperti».

Il caporale Alessandro Iosca lassù in torretta non se lo fa ripetere. Era qui ad Akazai il 21 maggio. È stato il primo ferito delle oltre 15 battaglie combattute intorno alla base avanzata di Bala Mourghab, un'oasi verde, 265 chilometri a nord di Herat nel cuore di Badghis, la più settentrionale delle quattro province a comando italiano. Alessandro tiene di mira i vialetti, occhieggia i pertugi d'argilla, misura ogni metro di questo labirinto di fango calcinato dalla calura. La sua mente rimacina le immagini di due mesi fa.
«Arrivavamo da Herat con una colonna lunghissima, pensavamo di essere alle fine del viaggio, ma qui dentro Akazai, a due chilometri dalla base, ci ritroviamo nelle sabbie mobili, le strade sono tutte allagate, trasformate in sabbie mobili grazie all'acqua dei pozzi costruiti con gli aiuti internazionali, poi, mentre cerchiamo di uscire dal fango, ci piove addosso l'inferno». Per quella colonna impantanata l'inferno è un uragano di colpi di mortaio, di razzi anticarro e raffiche di mitraglia. «Ricordo vampate, esplosioni, rovesci di proiettili da dentro le case e salve di razzi anticarro. Sento un colpo di frusta, chiudo gli occhi, li riapro, sono intero, sento solo il braccio sinistro un po' intorpidito e un pulviscolo di schegge sulla piastra del giubbotto, allora rimetto in posizione la mitragliatrice, rifaccio fuoco».

Cinque minuti dopo dal braccio sale una scarica di dolore vero. «Abbasso lo sguardo dal mirino, il sangue cola sull'avambraccio, la mimetica ha cambiato colore è umida e appiccicosa. Urlo di tirarmi giù ma solo un'ora dopo in infermeria capisco tutto. Un proiettile è passato da una parte all'altra del braccio, quando lo vedo, quando ricordo le schegge all'altezza del cuore mi alzo e cado svenuto».
Meno di tre mesi dopo Alessandro è di nuovo qui, nel luogo del suo battesimo di fuoco e sangue. Qualcosa però è cambiato. Donne e anziani si sporgono dagli alveari d'argilla, sbirciano dai muretti. I bimbi invadono i viottoli, si rincorrono attorno ai blindati nel viottolo di Akazai. Sotto gli sguardi attoniti del capitano Girolamo Bufi, 33enne comandante della compagnia Linci del 183° battaglione Folgore, Haji Amin Ullah Haq, uno degli anziani del villaggio in turbante e barba bianca, invita i militari per un te. «Mai vista roba del genere - mormora il capitano -. Qui ci hanno sempre sparato addosso». Haji Amin Haq spiega: «Ora è diverso, c'è la tregua, la gente è stufa della guerra, vuole votare alle presidenziali, abbiamo chiesto ai talebani di lasciare queste zone e all'esercito afghano, di restituirci le case che avevano occupato, voi italiani non avete nulla da temere».

La Nafaq, la tregua, come la chiamano gli afghani, non suscita grandi entusiasmi nel colonnello Marco Tuzzolino, un 45enne ufficiale di origini siciliane al comando del 183° reggimento Folgore e della base di Bala Mourghab. «I fatti qui parlano chiaro: dalla battaglia di Akazai del 21 maggio abbiamo avuto più di 15 grossi scontri a fuoco. Per appoggiare i soldati governativi e i nostri uomini abbiamo impiegato per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale i mortai da 120 millimetri, abbiamo avuto 12 feriti tra i nostri uomini e in una sola battaglia abbiamo visto catturare e uccidere 15 soldati afghani. L'ultimo attacco a colpi di razzi l'abbiamo subito il 28 luglio intorno Doi Shuri mentre la “nafaq” era già in atto. Io non ho concordato nulla con nessuno... Gli accordi riguardano gli afghani i miei uomini sono semplicemente in pausa operativa».

Le cautele del comandante diventano ferite sanguinanti quando parli con i suoi ufficiali e con i suoi uomini. Il suo braccio destro, il 42enne tenente colonnello Roberto Trubiani, un super veterano reduce da Bassora dove ha servito come ufficiale aggregato con gli inglesi, dimentica gli orrori del 29 maggio. «Alle cinque di mattina gli afghani del primo battaglione sono rimasti tagliati in due dagli insorti mentre attaccavano le colline a est di Bala Mourghab, per tentare di salvarli abbiamo combattuto per cinque ore ma non c'è stato nulla da fare: 15 soldati afghani sono caduti nelle loro mani sgozzati, decapitati e dati in pasto ai cani».

Per comprendere i dubbi dei comandanti italiani basta uscire dalla base, attraversare il fiume Mourghab, spingersi nell'abitato. Il territorio sotto controllo governativo non si spinge oltre due chilometri dal bazar. Lì, nel quartiere di Gundham, oltre il posto di blocco tenuto da parà italiani e soldati afghani, sventola la bandiera bianca talebana con i versetti del Corano. Lì il 10 giugno il tenente Lorenzo Ballin si ritrova nel mezzo in un'imboscata, aggira il nemico e dopo due ore di battaglia guida al contrattacco i suoi parà, costringe i talebani a ritirarsi. Il giorno dopo sfiora la morte cadendo da una torretta di guardia e torna a casa con entrambe le braccia fratturate.
Nella zona nord-est della cittadina il 24 giugno il caporal maggiore Linda Mei, una 27enne mortaista del plotone Pegaso, si trova a difendere un compagno colpito alla testa, altri tre feriti e un mezzo in fiamme. «In quei momenti non hai paura non pensi a niente, ti muovi automaticamente, pensi solo a dare una mano ai colleghi». Ma nella mente di tutti questi ragazzi della guerra, reduci da tre mesi di combattimenti, c'è la consapevolezza di aver giocato un ruolo anche in quella che gli afghani chiamano “nafaq” e il comandamte Tuzzolino «pausa operativa». Una consapevolezza che il tenente colonnello Marco Trubiani sintetizza in poche parole.

«Gli insorti pensavano di metterci paura chiamavano i telefoni della base e ci sfidavano ad affrontarli in campo aperto. Noi non abbiamo mai mollato. Abbiamo seguito i nostri alleati afghani, li abbiamo sostenuti e quand'è stato necessario abbiamo picchiato duro badando bene a non colpire i civile. Due mesi dopo sono i talebani a ritirarsi. A conti fatti verrebbe da dire che la Folgore gli ha dato una lezione».