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Al Vinitaly il meglio dell’Alto Adige

Quattro cantine del Sud Tirolo in evidenza: la cooperativa Nals Margreid con i suoi bianchi evolutivi; l’Abbazia di Novacella con le sue differenti interpretazioni del Sylvaner; Kurtatsch con le Unità Geografiche Aggiuntive che valorizzano le differenti parcelle; e J. Hofstätter che si focalizza sul modo in cui la dolomia influenza i vini prodotti dalle vigne che vi crescono rispetto agli altri

Al Vinitaly il meglio dell’Alto Adige
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Tra i più interessanti assaggi del Vinitaly ci sono stati quelli nel padiglione dell’Alto Adige, come sempre tra i più frequentati di Veronafiere.

Il primo stand è stato quello di Nals Margreid, azienda che si trova tra Nalles e la frazione di Sirmian, cantina cooperativa fondata nel 1932 da 32 famiglie di viticoltori e oggi con 130 conferitori che tutti assieme compongono un mosaico di 160 ettari vitati distribuiti lungo la Strada del Vino dell’Alto Adige, tra Nalles, la Val d’Adige e Magrè. L’assetto attuale nasce nel 1985 dalla fusione tra Nals e la cooperativa Magrè-Niclara. Oggi sono 138 le famiglie coinvolte, per 160 ettari

Un mosaico di altitudini, esposizioni e suoli che rende ogni parcella un caso a sé. A Verona ho assaggiato tre bianchi di grande spessore: il Pinot Bianco Sirmian nell’annata 2023, da una parcella tra i 500 e i 700 metri su suoli morenici e con escursioni termiche marcate che portano a maturazioni lente delle uve, a un’aromaticità spiccata e a una notevole capacità evolutiva. Il Baron Salvadori 2023 è uno Chardonnay che arriva da Magrè, da vigne vecchie coltivate su terreni tra i 200 e i 300 metri spettinati dall’Ora del Garda. L’affinamento in legno amplifica profondità e sostanza. Mantele, infine, interpreta il Sauvignon Blanc con un profilo nitido, giocato su equilibrio tra aromaticità e freschezza, grazie a vigneti tra i 330 e i 400 metri su terreni alluvionali.

La seconda visita mi ha portato ad assaggiare i vini di Abbazia di Novacella, uno dei complessi monastici più prestigiosi dell’Arco Alpino e una delle cantine attive più antiche al mondo. Ancora oggi abitata dai Canonici Agostiniani, si presenta come una vera e propria cittadella fortificata in cui convivono spiritualità, arte, cultura, accoglienza e produzione enologica. Guidato da Werner Waldboth, responsabile vendite e marketing, ho assaggiato il Paerlaetus, un metodo classico a base Sylvaner al 100 per cento, fresco e identitario; due annate del Sylvaner della linea Preapositus, il 2024 e il 2016, a dimostrare la longevità di una tipologia troppo spesso sottostimata; ancora un Sylvaner, lo Stiftgarten 2021, che nasce dal vigneto adiacente all’Abbazia, impiantato oltre cinquant’anni fa su suoli ricchi di sedimenti glaciali: una sintesi identitaria del vitigno coltivato a Novacella da oltre un secolo; il Riesling Kabi, un esperimento di un vino dalla gradazione bassa (8 gradi e mezzo) ma con elevato residuo zuccherino (40 grammi litro) che lo rende piacevole evitando la trappola della stucchevolezza; e il Pinot Nero Riserva Vigna Oberhof, che proviene dal podere Marklhof a Cornaiano, su terreni ghiaioso-morenici particolarmente vocati alla varietà, massima espressione del terroir e vino di grande carattere.

Poi mi sono spostato da Kurtatsch, una cooperativa nata nel 1900 che conta su 190 soci legati tra loro dal motto Viribus Unitis e su altrettanti ettari, che di recente ha aderito al sistema delle Unità Geografiche Aggiuntive (UGA), con nove vini provenienti da parcelle selezionate tra i quali quelli dei miei assaggi: Il Penon-Hofstatt, un piacevole Pinot Bianco di montagna del 2024; il Penon-Kofl, un Sauvignon del 2024 che arriva da un terreno calcareo che dona acidità spiccata, Il Merlot Brenntal, che nell’annata 2022 è un vero esempio di calore mediterraneo e freschezza alpina. Ma si sono rivelati notevoli anche i due vini Freinfeld, fuori dalla logica UGA: lo Chardonnay Riserva 2023, che Decanter ha decretato il migliore bianco italiano; e il Cabernet Sauvignon Riserva del 2022 di grandiosa eleganza.

Ultimo stand visitato nel padiglione 6, quello che ha ospitato l’Alto Adige, è stato quello di J.

Hofstätter, nel quale il titolare Martin Foradori mi ha portato alla scoperta di alcune etichette salienti del marchio: il De Vite 2025, un uvaggio di Sauvignon e Pinot Bianco delicato e con una spiccata scia acida; due Gewürztraminer, il Castel Rechtenthal e il Kolbenhof, entrambi del 2023, il primo di grande freschezza e il secondo di spalle più robuste, a mostrare i differenti effetti che il terreno (dolomia nel primo caso, argilla nel secondo) ha sui vini; infine lo stesso gioco ripetuto con due rossi, i Pinot Nero della linea Barthenau, l’Herbstöfl e il San Urbano, più fresco e vibrante il primo, più muscolare il secondo.

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