Il retroscena Quello «sfogo freddo» contro il provincialismo

RomaQui a Roma scannatevi pure, non c’è nulla di male, anzi. «La polemica politica, anche aspra - sostiene da sempre Giorgio Napolitano - è il sale della democrazia». Ma a Bruxelles no, non si deve e non si può: è una questione di immagine e di dignità nazionale. Sono tre anni che il capo dello Stato cuce e rappezza il tessuto del Belpaese, figuriamoci perciò quanto può gradire il tentativo di esportare in Europa il sexygate e le baruffe sulla libertà di stampa. Per non parlare di Antonio Di Pietro, che pure in queste ore lo martella chiedendogli di non firmare la legge sullo scudo fiscale.
Da qui lo «sfogo freddo» di un presidente che ha scelto la sobrietà, talvolta un po’ algida, e la misura come imprinting del suo settennato e che non ama affatto sentirsi «tirare per la giacchetta». Da questa voglia di tenere in vita il sentimento di unità nazionale nascono le parole con cui accoglie al Quirinale gli euro-onorevoli. Strasburgo e Bruxelles, avverte, «non possono essere la cassa di risonanza delle polemiche e dei conflitti che si svolgono nei singoli Paesi e nei singoli parlamenti, né l’istanza di appello nei confronti delle decisioni dei parlamenti e dei comportamenti dei governi nazionali».
Bisogna fare chiarezza. L’Unione, spiega «il vecchio collega», che vent’anni fa è diventato la prima volta eurodeputato, «è soprattutto un luogo di incontro dove non sono forti le divisioni che si riscontrano normalmente» a casa nostra. Insomma, è un luogo «da frequentare assiduamente e proficuamente, credendo e spendendosi per la causa dell’integrazione europea», e non un supertribunale dove cercare sponde politiche. Se poi c’è qualcosa di serio che non va, se c’è materia consistente, «esistono varie sedi in cui possono essere contestate violazioni, dalla Corte di giustizia del Lussemburgo alla Corte di Strasburgo, fino al Consiglio europeo».
Quindi, basta liti e basta provincialismi. Napolitano spera di vedere nella legislatura che si apre «una convergenza tra europarlamentari italiani di gruppi differenti sui temi della costruzione» e su altri «argomenti cruciali» sui quali occorrerebbe «parlare con una voce sola». Un esempio su tutti, l’immigrazione. Per il capo dello Stato i respingimenti non sono l’unica strada, perché «bisogna garantire l’inalienabile diritto all’asilo di chi è costretto a chiederlo». Però, aggiunge, i singoli Stati non possono essere lasciati da soli, visto che il problema riguarda tutti e richiede un «impegno comune» della Ue.
Insomma, dialogo e sguardo lungo: i panni sporchi vanno lavati in Italia. Del resto sono alcuni mesi che il presidente della Repubblica batte su questo tasto. È successo il 30 maggio, quando in una lettera ai prefetti ha scritto di augurarsi di vedere «la comunità nazionale unita ad affrontare la difficile crisi che il Paese sta vivendo con lo stesso spirito di coesione e di generosità con cui ha reagito al terremoto dell’Abruzzo». La stessa «coesione» l’ha chiesta solo pochi giorni dopo, per la festa della Repubblica del 2 giugno: «Basta guardare la realtà senza paraocchi per vedere che c’è bisogno di prendere insieme la strada delle riforme».
Il 9 giugno, il giorno del suo ottantaquattresimo compleanno, dopo una telefonata con Silvio Berlusconi che gli ha fatto gli auguri, Napolitano ha chiesto uno stop alle polemiche in vista del G8 dell’Aquila: «Sarebbe giusto, vista la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua». E per qualche giorno gli hanno dato retta. L’11 luglio ha cercato di trasformare l’armistizio in un cessate il fuoco duraturo: «Siamo un Paese che ha pienezza di vita e dialettica democratica. Il governo fa la sua parte, l’opposizione pure. Penso che sia tempo, se non per un’impossibile pace, almeno per un clima più costruttivo». Il messaggio in bottiglia presidenziale si è però perso nei flutti. E quello di ieri, arriverà su una spiaggia?