Rickie Lee Jones: il rock è la Bibbia moderna dei diseredati

Alla fine degli anni ’70, mentre le classifiche erano travolte dalla disco music e al tempo stesso si respirava l’aria ribelle della new wave, una impudente biondina neohippie, ex cameriera nei locali di Hollywood, con la sua vena visionaria, impennate folk e pennellate jazz, lancia la figura della nuova cantautrice. È impegnata, non trascura il look (come Mtv comanda), divide le idee e il privato con i fan. Rickie Lee Jones, insomma, nel 1979 debutta col singolo Chuck E’s In Love e acchiappa il Grammy come migliore artista rock, cantando «il ventre molle» dell’America e i perdenti che ha imparato ad amare con Tom Waits. Ha aperto la strada ad una valanga di ragazze con la chitarra ma lei rimane unica. Due anni fa ha provocato furibonde polemiche con Sermon On Exposition Boulevard, in cui rilegge alla sua maniera le parole di Gesù. Ora torna con Offers Balm In Gilead, una raccolta di ballate che la riporta in cima alla top list delle signore del rock. Da anni la definiscono la nuova Joni Mitchell, ma lei si ribella: «È un paragone senza senso, il mio stile assomiglia a quello di Joni come a quello di Louis Armstrong. Lei è stata la prima cantautrice folk rock moderna ed è grandissima, ma siamo molto diverse. Io parto dal jazz e dal rhythm and blues, lei è arrivata molto dopo al jazz. La ammiro ma dagli anni 90 credo di essere stata io ad influenzare più cantautrici donna».
Dopo tanti successi Rickie Lee ha definito il cd un album un disco di debutto. «Si, perché ci ho messo 22 anni a finirlo. Scrivevo canzoni e intanto incidevo altri lavori. Queste rimanevano ferme, nel tempo, per raccontare la mia vita. Nel cd c’è la mia storia, le gioie, le frustrazioni, i segreti». I segreti di una vita ribelle e on the road. «Anche quelli, in ricordo di quando giravo la California per conoscere la vera America, la gente che soffre, che vive ai margini. Di quando dividevo le sigarette e il whiskey con Tom Waits, un uomo splendido e un artista che sa davvero cantare il dolore dell’umanità. Ma anche segreti intimi e romantici. Il brano The Moon Is Made of Gold è un pezzo jazz scritto da mio padre. Pochi sanno che è stato un grande artista, così come i miei nonni lavoravano nel vaudeville; da loro ho imparato ad amare il blues e la canzone popolare. Il pezzo è un omaggio alla mia famiglia, che da giovane snobbavo».
Nel disco, ricco di ballate liriche e variegate, ci sono ospiti come Ben Harper, Lucinda Williams e Allison Kraus. «Harper è un mago della chitarra blues moderna, unisce passato e presente e ha un sound molto sensuale che sento molto vicino al mio. Allison Kraus è la regina del country, ha una voce dorata, e la Williams i toni giusti per ogni occasione. Sono tutti artisti che, come me, partono da un genere per sperimentare tutti gli stili. Il nostro non è solo un rapporto professionale, siamo anche amici e passiamo le giornate sulla spiaggia di Malibù».
Una Rickie Lee Jones diversa da quella «scandalosa» che metteva in musica le parole di Gesù in Sermon on Exposition Boulevard. «Mi invitarono a una lettura del libro di Lee Cantelon Le parole di Gesù ed io, in mezzo a tutti, all’improvviso cominciai a cantarle. Fu un momento mistico. Così decisi di musicarle e metterle su disco; però le ho messe in bocca alla gente comune, o a personaggi dissacranti come Elvis. Io non credo nella Chiesa, ma per far conoscere la parola di Gesù bisogna renderla viva, portarla in strada, inserirla in un contesto attuale. Unire sacro e profano per spiegare che il rock è la Bibbia moderna dei diseredati».