La ridicola «disinformazja» sull’11 settembre

Egregio dottor Granzotto, vorrei sapere che ne pensa a riguardo di Giulietto Chiesa e della sua teoria sul complotto dell’11 settembre 2001. Questa illustre penna del giornalismo nostrano sostiene che a organizzare l’attentato siano il governo Bush e non Osama Bin Laden come noi «mona» pensiamo, che le torri e gli edifici vicini siano stati minati e poi scientemente fatti crollare da genieri Usa, che per centrare le torri stesse e il Pentagono occorrevano assi dell’areonautica e non delle schiappe come i dirottatori; tutto questo, conclude, perché gli americani vogliono comandare il mondo. La prego, mi dica qualcosa lei.


Quando, agitando il ditino, ci ripetono che dobbiamo smetterla di tirare in ballo il comunismo perché il comunismo non c’è più, hanno ragione. E questo anche se il comunismo tuttora alligna a Cuba, in Corea, Vietnam, in quella schiocchezzuola della Cina e in Italia, dove due partiti di governo si richiamano papale papale a falce e martello. Però hanno ragione. Venuto giù il muro di Berlino è venuto giù anche l’armamentario politico, militare, burocratico, propagandistico, formativo, poliziesco, spionistico e delegittimatorio che lo teneva in vita. Ma se il comunismo è morto nei fatti, pace all’anima sua, sopravvive - incistato nelle crape di chi comunista fu o di chi comunista vuol seguitare a essere - nel metodo. Uno dei chiodi fissi dei comunisti è sempre stato che il treno della Storia debba procedere per binari e orari da loro, loro comunisti, prestabiliti. Se sgarra prendendo altre direzioni o accelerando o rallentando non è più Storia ma antistoria (antistorico fu uno dei più pesanti insulti che un comunista potesse lanciare all’avversario). Siccome molto spesso la Storia si intestardisce nel fare ciò che dispiace ai compagni, i compagni medesimi la riscrivono. E se poi qualcuno riscrive la riscrittura ristabilendo la verità, i comunisti gli si avventano contro accusandolo di revisionismo, il peggiore dei delitti, punito, ai bei tempi di Baffone, con una pallottola nella testa. Io li adoro, i comunisti.
La sgangherata campagna di controinformazione sull’attentato terroristico dell’11 settembre è dunque, caro Lippi, il prodotto di quella mentalità, di quella struttura mentale: negare o mistificare ciò che nuoce alla causa. Una operazione che in passato andava spesso a buon fine perché, come ripeteva Zdanov, se batti e ribatti con articoli, con film, con la mobilitazione, con discorsi pubblici e privati, alla fine il popolo (bue) si convince perfino che a moltiplicare i pani e i pesci è stato Stalin e non altri, come falsamente raccontano i revisionisti. Andò alla grande, un esempio fra cento, con la Resistenza (poi però è arrivato il castigamatti, Giampaolo Pansa. È freschissimo di stampa il suo La grande bugia che voi lettori dovete precipitarvi, in massa, ad acquistare). Ma quando ciò accadeva, quando i compagni riuscivano a spacciar per buone bufale gigantesche, sulle guglie del Cremlino, la centrale operativa della disinformazia, garriva ancora la bandiera rossa con i suoi molti annessi e moltissimi connessi. Oggi è diverso.

Non potendo più agire alla sua ombra i «complottisti», i predicatori dell’«altra verità» sull’11 settembre, i vari Giulietto Chiesa, Dario Fo, Beppe Grillo per non parlare dei conduttori di Matrix e Report, sono destinati non tanto al fallimento, ché quello lascia il tempo che trova, ma a coprirsi di ridicolo. Al quale vanno incontro, bisogna onestamente riconoscerlo, con ammirevole baldanza littoria. Alla «me ne frego», per intenderci.
Paolo Granzotto

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