Riformisti geneticamente modificati

Come era nelle previsioni il candidato premier della Casa delle libertà per le prossime elezioni resta Silvio Berlusconi. Né poteva essere il contrario visto e considerato che nelle democrazie serie è il leader del maggiore partito che va a ricoprire il ruolo di primo ministro. È così per Blair, per Zapatero, per Schröder e sarà così per la Merkel se i democratici cristiani tedeschi dovessero vincere le prossime elezioni così come lasciano prevedere tutti i sondaggi. In Italia siamo in una fase politica delicatissima dove la frantumazione politica è giunta a livello parossistico e sta portando l'intero sistema all'implosione. L'insorgere sempre più diffuso di movimenti locali, per lo più regionali, è un ulteriore campanello d'allarme per l'intero sistema dei partiti che, privati di una identità politico-culturale certa e definita, non possono che affidarsi alle virtù carismatiche dei propri leader, veri o presunti. Per fermare questo sfarinamento che porta diritti all'implosione, il centro sinistra aveva immaginato di dar vita a quel partito riformista senza alcuna identità precisa ma caratterizzato da una miscela di storie politiche diverse e spesso alternative tra loro. Come i lettori ricorderanno, più volte abbiamo spiegato che quel partito mai si sarebbe fatto perché in politica gli organismi geneticamente mutati (Ogm) non attecchiscono. Pensare di fare un solo partito con post-comunisti, socialisti e democristiani era solo un esperimento da laboratorio e come tale non poteva che fallire. Lo stesso ragionamento è valso per il centrodestra. Il partito unico dei moderati non poteva stare in piedi perché il moderatismo non è una identità come non lo è il riformismo nonostante gli sforzi intellettuali che su entrambi i fronti fanno rispettivamente Ferdinando Adornato e Michele Salvati. Se questo è vero, e i fatti lo dimostrano, stentiamo a capire allora perché i leader dei vari partiti non fanno le cose più semplici. Partiamo dal centrosinistra. Saltato il partito riformista, non si capisce perché i democratici di sinistra, che in Europa sono nel partito socialista europeo, non fanno un affondo nei riguardi di Boselli per realizzare un partito socialista di massa come quelli che esistono in Spagna, in Francia, in Germania e così via. Se non dovessero farlo nonostante il fallimento del partito riformista diventerebbe ancora più attuale una nostra domanda posta sei mesi fa dalle colonne dell'Unità a Fassino e D'Alema. Chiedemmo con sincera curiosità: «Voi chi siete dal momento che non siete più comunisti e non volete dichiararvi socialisti?». Una domanda fondamentale non solo per l'intera sinistra italiana ma per l'intero assetto politico del Paese. Analoga e altrettanto rispettosa domanda dovremmo farla agli amici della Margherita. Non volete chiamarvi democristiani, non pensate neanche lontanamente di diventare socialisti, in Europa siete entrati nel gruppo liberale, ma in Italia nascondete la vostra identità politico-culturale dietro il nome di un fiore, la margherita, simbolo amletico dell'amore. Insomma, chi siete, in quali radici vi identificate? Aspettiamo risposta. Nel centrodestra le questioni sono ad un tempo più semplici e più complesse. Più semplici perché ci sono due partiti, Forza Italia e quell'Udc che perde continuamente pezzi, entrambi iscritti al partito popolare europeo ed entrambi richiamano le proprie radici democristiane. Perché, allora, non unirsi? Cosa impedisce di fare una operazione di semplificazione del panorama politico italiano? Non c'è dubbio che la fusione di due partiti in uno dovrebbe prevedere un modello democratico della vita interna del nuovo soggetto politico ma presumo che su questo versante Berlusconi e Casini si rendano conto che senza democrazia vera i rispettivi partiti rischiano di sfaldarsi. Andato in cavalleria il partito unico è tempo, allora, di accelerare questo processo di fusione rilanciando con esso una identità forte e una cultura politica di riferimento, quella popolare e democratica cristiana che dir si voglia. La complessità nel centrodestra è tutta riconducibile all'affanno in cui si trovano i partiti della coalizione alle prese, come sono, con la sconfitta elettorale alle regionali e con una economia che stenta a ripartire. C'è bisogno, dunque, di un colpo d'ala capace di far soffiare un vento benefico sui partiti e sul governo. Il progetto di un partito popolare italiano che aggrega e non respinge è l'unico modo per uscire dalle secche di dichiarazioni quotidiane che stancano e non fanno capire, mentre il Paese cerca disperatamente di riconoscersi in qualche identità politico-culturale del tipo di quelle che governano tutti i Paesi europei. Insomma, una restaurazione identitaria per porre un freno alla disgregazione e alla frantumazione politica.

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