Per riuscire a far le riforme, la politica deve battere le lobby

Soltanto con partiti ben organizzati chi governa avrà la forza per discutere con gli altri poteri. Con l'aumento del peso dell'informazione e del capitalismo finanziario, servono regole nuove 

Ancora una volta dobbiamo essere in polemica con Giuliano Amato a dispetto dell’amicizia e della stima che nutriamo verso di lui. Nel suo ultimo editoriale sul Sole 24Ore Amato, parlando del presidente Obama e delle sue difficoltà a farsi approvare dal Congresso la riforma sanitaria, scende sul terreno scivoloso della democrazia governante. Non basta avere una solida maggioranza parlamentare per farsi approvare le riforme, dice Amato, perché l’interazione tra «democrazia rappresentativa e democrazia dei cittadini» è diventata più forte e l’opposizione dei mezzi di informazione e delle varie lobby può essere vincente. In questo ragionamento c’è qualche verità ma anche molti silenzi incomprensibili in un uomo politico di antica esperienza socialista e culturalmente attrezzato sul piano costituzionale. La verità di cui parla Amato è che il peso dei mass media nel governo dei Paesi è divenuto più forte e qualche volta anche soffocante, sol che si pensi quanto sia rara nel mercato dell’informazione la presenza di editori che hanno il proprio «core business» nell’editoria e non in altri interessi economici e finanziari. Ma questo c’entra molto poco con quello che l’ex delfino di Craxi definisce «la democrazia dei cittadini» e c’entra invece molto con quell’idea di democrazia elitaria che circoli culturali a lui molto vicini vagheggiano sin dai tempi del disastro dei primi anni ’90. Il primato della politica in molti Paesi oggi è messo veramente a rischio perché spesso i politici non reggono un titolo di giornale o una campagna di stampa contraria. Ma non è solo questo. In una stagione in cui aumenta il peso dell’informazione, la politica deve attrezzarsi in maniera diversa da come, ad esempio, è organizzata negli Usa, da sempre patria ineguagliata del lobbismo tracimante. E veniamo al punto. Quando deputati e senatori americani vengono eletti in collegi uninominali maggioritari in cui si vince tutto o si perde tutto per un solo voto, non c’è presidente che tenga capace di convincere deputati e senatori a votare una legge se quel piccolo gruppo di cittadini, che rappresentano il collegio elettorale di ciascuno (in Italia era di 120-150mila persone), non la condivide. Viceversa, quando nel sistema proporzionale non ci si gioca il tutto per tutto per un voto e si è eletti proporzionalmente sulla base delle preferenze raccolte, si attenuano da un lato pressioni lobbistiche legittime, e dall’altro si neutralizza l’influenza nefasta della grande criminalità organizzata. In America come in Italia e come in molti altri Paesi. Ma c’è di più. Proprio per le ragioni descritte da Giuliano Amato ancora una volta non c’è presidente che tenga se non ha dietro di sé un partito di massa democraticamente organizzato con parlamentari eletti e non nominati, capaci cioè di portare la battaglia nelle città e nelle campagne, nelle università e nelle fabbriche, nei circoli culturali e nel capitalismo finanziario, nuovo onnivoro soggetto politico. Di qui, allora, la conclusione del nostro ragionamento. Mai come ora il giusto primato della politica lo si difende se c’è una democrazia dei partiti democraticamente organizzati (scusate il bisticcio di parole) e un sistema elettorale di tipo proporzionale e con le preferenze. Se vi sono queste condizioni, la forma di governo può essere indifferentemente presidenziale o parlamentare e la politica discuterà con gli altri poteri con la forza che le si richiede in una moderna società. Se queste condizioni mancano si imporrà sempre di più il governo degli uomini invisibili. Giuliano Amato questo lo sa come lo sappiamo noi e vorremo ricordargli che il nostro Paese attende da lui, come da tanti altri, iniziative ben diverse da quelle, ad esempio, di essere presenti in una simpatica associazione il cui significato per ora ci sfugge, qual è «Italia decide», guidata da Luciano Violante e partecipata tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi.

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