La rivolta dei finiani spenta dai colonnelli

RomaSilenzio assoluto, sulla parentesi pidiellina del Cavaliere a Porta a porta: dura nei toni, accomodante nel merito. Attesa, in vista del faccia a faccia, che si spera avvenga prima della trasferta americana di Silvio Berlusconi, in programma da martedì. Un po’ più di fiducia, per quel (tanto agognato) cambio di passo «democratico» dentro il partito. Nel «mercoledì della distensione» - così definisce la giornata di ieri uno dei “pontieri” più attivi - Gianfranco Fini rimane alla finestra. Sereno, raccontano, pure in merito alla querelle giudiziaria aperta con il Giornale. In meditazione sulle tappe future, consapevole che il traguardo che conta si taglierà solo dopo il vis-à-vis con l’inquilino di Palazzo Chigi.
Nel frattempo, si respira un’aria «post-traumatica», a Montecitorio. Dove non si spegne l’eco della lettera di sostegno totalitario al capo, firmata solo in extremis da quasi tutti gli ex aennini: lo fanno in sessantanove su settantadue aventi diritto (non aderiscono Landolfi, Porcu e Aracri, oltre ai nove membri del governo, esentati dalla missiva, come Fini e l’indipendente Nirenstein). Ci si arrovella dunque sui numeri. E ognuno dice la sua. Da una parte, alcuni dei promotori, capitanati da Italo Bocchino, si ritrovano nel cortile e sorridono al successo, fieri di aver dimostrato l’intatta forza politica del presidente della Camera: «Abbiamo firmato in cinquantadue, poi si sono aggiunti quelli che fanno capo ai vari La Russa, Alemanno, Matteoli, Gasparri meno di una ventina, che se non l’avessero fatto avrebbero dimostrato la loro debolezza». Dall’altra, c’è il «controcanto» della linea dei colonnelli, che disegna un quadro ben diverso: «Macché cinquanta, erano trentacinque, forse anche meno - racconta un parlamentare, riferendo di un colloquio avuto martedì sera con La Russa - E quando abbiamo detto che avremmo aderito anche noi, le firme sono salite a quaranta. Poi, con le nostre, si è arrivati all’ok quasi generale».
Insomma, negare che ci sia stata una spaccatura, anche evidente, è come mettersi due fette di prosciutto sugli occhi. Di conseguenza, strombazzare che Fini controlla di nuovo l’intera componente proveniente da via della Scrofa, che ha ripreso in mano quindi il suo vecchio partito, appare a onor del vero esagerato. Semmai, il dato condiviso è che può contare su una truppa di circa trenta deputati, pronti a seguirlo. Un risultato di cui prendere atto, ci mancherebbe, ma che non è sinonimo della vittoria del fronte del dissenso generale nei confronti della gestione berlusconiana del Pdl. Perché alla fine dei conti, con la mossa in due fasi portata avanti dagli ex capi-corrente (prima bocciatura, poi appoggio alla missiva), il risultato è stato quello di depotenziare il peso specifico dell’iniziativa. Così, «si è passati da una denuncia a una richiesta di confronto», spiega un parlamentare d’area di lungo corso. «Richiesta che ha evitato lo scontro, peraltro subito fatta sua da Berlusconi, d’accordo sui contenuti della lettera che riceverà», aggiunge un esponente del governo.
«Né vincitori né vinti», ammette il capofila Bocchino. Pronto a stroncare l’ipotesi di una corrente finiana («sarebbe grave iniziare così»). Lesto a ribadire pure il senso dell’operazione, passata - si dice - attraverso diverse limature alla più dura bozza iniziale, che il vicecapogruppo del Pdl però smentisce: «È stato un modo per dire con chiarezza che tutta l’area politica entrata con Fini nel Pdl, proveniente da An, sta con il suo leader di riferimento e lo vuole forte e vicino a Berlusconi». Sarà. Intanto, al di là di qualche nuovo mugugno («Berlusconi, da Vespa, è apparso nervoso, perché ha avuto paura di noi», confida uno dei primi firmatari), lo sforzo generale, in casa Pdl, è quello di voltare pagina. E di ricucire, sottovoce. Tanto che La Russa, sempre nei panni di mediatore (in mattinata sonda al telefono sia Berlusconi che Fini), tiene sempre la bocca cucita. «Se volete - ripete ai cronisti che lo tampinano - parliamo di Inter-Barcellona». Discute invece di immigrazione, al Campidoglio, la terza carica dello Stato. Che in precedenza, nel pomeriggio, rimane a colloquio per oltre un’ora e mezzo con il democrat Francesco Rutelli. Ma questa, forse, è un’altra storia.

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