Robe da matti: il Tar del Lazio boccia il Pdl

RomaIl Tar del Lazio si oppone all’applicazione del decreto «salva-liste» e nella provincia di Roma il Pdl resta (per ora) fuori. Per ora, sì: perché ieri, mentre i giudici amministrativi erano chiusi in udienza, gli esponenti locali del primo partito italiano facevano quello che non avevano potuto lo scorso 27 febbraio: presentare la lista all’ufficio elettorale del Tribunale di Roma. Applicando - in questo caso - il dl governativo. Insomma, un caos. A poche centinaia di metri di distanza il pasticcio-lista prendeva due strade apparentemente in contraddizione. E non è facile ora districare i fili della matassa e capire quello che succederà. Di certo, la guerra dei ricorsi e dei controricorsi è appena all’inizio.
Andiamo con ordine. E partiamo dalla fine. Dall’ordinanza della II sezione-bis del Tar del Lazio, presieduta da Eduardo Pugliese, resa nota attorno alle 19.30, con la quale si respinge la richiesta presentata dal Pdl di sospendere la decisione della Corte d’Appello di escludere la lista di Roma dalle elezioni regionali. Una decisione non di merito (per quello il Tar si riunirà il 6 maggio), ma che fissa alcuni punti difficili da ignorare per chi in futuro dovrà occuparsi della vicenda: per i giudici amministrativi del Lazio, infatti, il decreto legge «salva-liste» non «può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio». Parole come pietre, di fronte alle quali anche la ricostruzione da parte dei giudici amministrativi di quanto accaduto il 27 febbraio in via Varisco («non c’è certezza né prova che il delegato del Pdl all’atto della presentazione della lista avesse con sé tutta la documentazione») passano in secondo piano.
A questo punto per il Pdl la strada è obbligata: «Sicuramente faremo ricorso al Consiglio di Stato», annuncia a caldo il responsabile elettorale del Pdl Ignazio Abrignani. La speranza del centrodestra è che il Consiglio di Stato, che dovrebbe dare una risposta in pochi giorni, decida per la prevalenza della legge statale su quella regionale e riammetta la lista del Pdl. Altro dubbio da chiarire è se il Tar sia titolato a esprimersi, come ha fatto, in merito a un eventuale conflitto di attribuzione, la cui competenza spetterebbe alla Corte Costituzionale.
Di certo l’ordinanza del Tar e le motivazioni addotte dai giudici peseranno come un macigno sulla decisione che oggi dovrà essere presa dall’ufficio elettorale del Tribunale di Roma sulla consegna delle liste avvenuta ieri da parte del Pdl, in applicazione al decreto legge governativo. Liste contenute in un plico di color rosso che è stato trasportato dalla stanza del Palazzo di giustizia in cui è stato custodito fino alla fatidica stanza 23 dove non era arrivato quel sabato di fine febbraio. Il trasloco è avvenuto con un affollato corteo aperto dai carabinieri e chiuso dai politici del Pdl, tra i quali anche Alfredo Milioni, protagonista della bagarre del 27 febbraio. Al termine dell’operazione, ai rappresentanti del partito è stata consegnata una ricevuta dell’avvenuta consegna. Sul famigerato faldone è anche scoppiato un giallo, perché l’avvocato Gianluigi Pellegrino, per conto del Pd, denuncia che sarebbe stato incustodito dalle 12 alle 14.30 e poi nelle mani dei delegati del Pdl dalle 17 alle 19.30 di quel 27 febbraio. «Chi può essere sicuro che quello che è stato consegnato corrisponde a quanto era stato portato in tribunale alle 12 del 27 febbraio?», chiede il legale. «Il pacco - risponde il coordinatore del Pdl del Lazio Vincenzo Piso - è stato preso in custodia dai carabinieri, qualcuno dovrà rispondere delle tante falsità dette». Nulla, in questa maledetta storia, sembra destinato a filar liscio.

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