Nel quartiere degli italiani rimpatriati: "Non hanno il virus? E chi lo sa"

Alla Cecchignola, il quartiere che ospita la città militare dove sono stati trasferiti i 56 italiani che si trovavano a Wuhan, molti residenti sono preoccupati per un possibile rischio contagio. E nelle farmacie della zona le mascherine vanno a ruba

Nel quartiere degli italiani rimpatriati: "Non hanno il virus? E chi lo sa"

"Le mascherine? Da quando si è diffusa la notizia che avrebbero portato qui gli italiani provenienti da Wuhan sono andate a ruba anche da noi". A parlare è la titolare della farmacia di via dell’Esercito. Siamo a Roma, nel quartiere della Cecchignola. Oltre le vetrine, dall’altra parte della strada, c’è il piazzale che porta al Centro Sportivo Olimpico.

È qui che lunedì scorso sono stati portati i nostri connazionali rimpatriati dalla città cinese epicentro del coronavirus. Ed è qui che resteranno sotto "sorveglianza sanitaria" dei medici per almeno due settimane. L’arrivo del gruppo che ha raggiunto l’Italia a bordo del Boeing KC-767 dell’aeronautica però divide chi vive all’ombra della città militare. Per le vie intitolate ai vari corpi dell’esercito serpeggia la preoccupazione.

"Non dovevano portarli qui, in mezzo ad un centro abitato, avrebbero dovuto allestire una struttura a Pratica di Mare, vicino all’aeroporto dove sono atterrati, portarli qui alla Cecchignola, in mezzo alla gente, è una decisione rischiosa", ci dice un ex militare in coda alla cassa della farmacia. La pensa come lui anche una donna appena uscita dal supermercato: "Chi ci dice che staranno davvero in quarantena? E se poi escono dal perimetro? Questo è un quartiere con tantissimi bambini".

Per ora nessuno dei 56 italiani presenta i sintomi tipici del coronavirus. "Ma se si scoprisse che qualcuno avesse contratto la malattia, allora sì che sarei preoccupato", confessa un altro signore. Le rassicurazioni del ministero della Difesa e dell’unità di crisi della Farnesina che sta coordinando le attività non convincono una parte della popolazione. Qualcuno ha addirittura pensato di mettere in piedi un "comitato di protesta". "Le confido che ho un po’ di timore – esclama una signora sulla settantina - per non parlare del fatto che in Italia continua ad entrare chiunque senza nessun controllo".

Più tranquillo un gruppetto di anziani che staziona davanti al bar sulla stessa via. "C’è troppo allarmismo, io la mascherina non l’ho neppure comprata", sorride uno di loro. "Non ho motivo di preoccuparmi, stanno bene e poi al primo grado di febbre li portano allo Spallanzani", dice un altro signore. "Se li hanno messi in quarantena vuol dire che sono confinati dentro al Centro Sportivo e non possono girare liberi per il quartiere", ribatte anche un’altra residente.

"Sono isolati, non sono preoccupata, anche se la mascherina la metto perché viaggio molto e prendo i mezzi pubblici", le fa eco una donna che abita accanto alla struttura che ospita i nostri connazionali. Dalla scorsa notte i 56 rientrati dalla città della provincia dello Hubei dormono in mini appartamenti o stanze singole in cui saranno sottoposti a screening tre volte al giorno.

Nel caso in cui qualcuno mostrasse i sintomi del virus scatterebbe il protocollo dell’isolamento e il ricovero al centro per le malattie infettive. Nel frattempo potranno uscire all’aperto, ma solo nelle aree delimitate dalle mura della struttura. I contatti saranno limitati al personale sanitario e a quello che si occupa di consegnare i pasti. Sono ancora vietate, invece, le visite con i parenti.

Dietro i cancelli del centro sono state sistemate barriere a prova di curiosi. Insomma, non c’è niente da temere. Ma complice l’aggravarsi delle condizioni della coppia di turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani, il virus della superpolmonite continua a fare paura. Anche nel quartiere che sorge all’ombra della città militare.