Romain Gary, memorie (prodigiose) di guerra

Felice Modica

Non finisce di saccheggiare la sua miniera d'oro, l'editore Neri Pozza, pubblicando pian piano l'opera omnia di Romain Gary (1914-80) il più famoso tra i nom de plume di Romain Kacev che pure con altro pseudonimo, Èmile Ajar, nel 1975 vinse il secondo Prix Goncourt con La vita davanti a sé. Il primo era del '56, con Le radici del cielo. Tocca adesso a Gli aquiloni (pagg. 348, euro 14; traduzione di Gianni Bogliolo). Romanzo bellissimo, ricco di intuizioni attuali, pubblicato lo stesso anno della morte, il 1980, che contende il titolo di «miglior libro mai scritto sulla resistenza» attribuito da Sartre al romanzo d'esordio, Educazione europea.

Gli aquiloni è una storia d'amore e follia, animata dal «sacro fuoco» che è il sale della vita, rendendo possibile l'impossibile. La storia è ambientata in Normandia e si svolge nel pieno della seconda guerra mondiale, culminando nello sbarco americano. Il «postino rurale» Ambroise Fleury, pacifista dopo aver combattuto la Grande guerra, nell'arte gentile dell'aquilone riproduce con gli «gnamas» (così chiama le sue creature), tutto ciò che su questa terra rimane eternamente puro e inalterabile. Ambroise è zio e tutore di Ludo, l'io narrante. Questi ha contratto in forma esasperata la malattia di famiglia: una memoria prodigiosa, cui si accompagna una altrettanto sviluppata fantasia.

In una giornata di sole e di ombra, il piccolo Ludo, assopito nel Wigwam da pellerossa, la capanna di rami coperta con una tela cerata costruita dallo zio, si accorge di essere osservato, da sotto un cappello di paglia, dalla biondissima Lila. La quale appartiene alla nobile schiatta dei Bronicka, importante famiglia dell'aristocrazia polacca. Sarà una promessa d'amore da mantenere, a dispetto delle circostanze. Che, grazie o per colpa della sua memoria, Ludo mantiene, mettendo in pratica «una certa idea della Francia», ovvero celebrando la grandezza della vita e la speranza del pensiero. A dispetto del nazismo, degli orrori della guerra e delle inevitabili delusioni che il raggiungere obiettivi a lungo agognati spesso riserva. Premonitoria di ciò che poi sarebbe accaduto è l'ironica celebrazione dell'arte culinaria come principale orgoglio di Francia, con il grande chef Marcellin Duprat e il suo Clos Joli, che sembrano proprio storia di oggi. Ma un genio come Gary correva molto avanti...

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