«Romanzo criminale» riscrive il finale della strage di Bologna

Luca Telese

da Roma

Un nuovo finale per la strage di Bologna? È uscito solo ieri ma Romanzo criminale, il kolossal italiano ispirato alla storia della Banda della Magliana e a suoi addentellati nei molti misteri d’Italia, fa già discutere. Il manifesto gli spara contro dalla prima pagina definendolo prodotto di un cinema che è in mano a un’azienda - nientemeno! - «poeticamente gelliana». E il paradosso vuole che a scrivere il film siano stati un regista, due sceneggiatori e uno scrittore-magistrato (Michele Placido, Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Giancarlo De Cataldo) tutti indubitabilmente progressisti. Il fatto è che Romanzo criminale, nella sua voluta collisione tra ipotesi e ricostruzione veridica, nel suo mix tra retroscena e cronaca, tocca tutti i nervi scoperti del nostro passato prossimo. E così, quello che gli autori hanno scritto nella sceneggiatura - ad esempio sulla bomba di Bologna del 2 agosto 1980 - sembra avere la stessa forza di impatto (lo dice Petraglia, e ha ragione) di una revisione processuale.
L’ultima prova, prima ancora che il film arrivasse al pubblico, è arrivata ieri sera negli studi di Controcorrente (su Sky) dove Corrado Formigli ha avuto l’idea di isolare e trasmettere in anteprima una delle sequenze più forti e suggestive di tutto il film, quella in cui si ricostruisce l’esplosione della stazione di Bologna del 2 agosto. Poi, per commentare, ha chiamato attori, sceneggiatori e il presidente dell’associazione delle vittime, Paolo Bolognesi. Anche in questo caso verosimile e reale si sfioravano, con Pierfrancesco Favino (che nella pellicola è uno dei capi in contatto con i servizi deviati) a «difendere» pirandellianamente il suo sceneggiatore. Ma il nodo e la novità sono in quel pugno di scene: le sentenze che fino ad ora hanno condannato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, parlano di una strage messa in pratica dai Nar e protetta da un depistaggio dei servizi.
Nel film tutto questo non c’è, anzi, c’è un altro scenario, tanto plausibile quanto diverso. Gli autori di Romanzo criminale, infatti, immaginano questo percorso: i servizi chiedono alla Banda della Magliana e a uno dei suoi capi (Favino, cioè «il libanese» del libro, cioè il bandito Franco Giuseppucci della realtà) un favore: uno dei suoi killer (Riccardo Scamarcio, cioè «il nero», cioè Massimo Carminati) dovrà portare un sicario alla stazione, aspettarlo, portarlo via dal luogo della strage. In una sequenza da brividi vediamo queste storie che si impastano con quella di un altro personaggio (Kim Rossi Stuart, «il freddo», ovvero Maurizio Abbatino) che si trova per caso alla stazione, e «vede» con i suoi occhi l’effetto della bomba. Ci sono cadaveri, frammenti di corpi, macerie (documenti originali), c’è la famosa pensilina della stazione (ricostruita in tante perizie) che si sgretola come un biscotto per effetto della detonazione in una ricostruzione iper-realistica. C’è l’orologio che si ferma. C’è il tram che nella realtà traporterà i feriti. E c’è «il nero» che compie il suo lavoro così: preleva l’uomo con gli occhiali scuri (anche lui dei servizi?) dal teatro della strage, lo porta su un lungofiume, e lo fredda con un colpo alla fronte. L’idea è che i servizi usano la Banda della Magliana per cancellare ogni traccia, per agevolare la strage, e per lasciare aperta ogni possibilità.
La questione è così complessa che ha prodotto un dibattito anche nella squadra del film: Giancarlo De Cataldo, ad esempio, non nasconde che questa versione all’inizio lo lasciava perlesso («Perché come magistrato mi attengo alle sentenze»). Rulli e Petraglia erano più propensi a inserire la sequenza, senza precludere nulla in una versone rigida, ricalcata dalle carte processuali o dalle altre ipotesi. Placido spiega che quel passaggio su Bologna è una delle cose a cui lui personalmente tiene di più: «Ho chiesto uno sforzo produttivo a Riccardo Tozzi, anche economico, perché credo che la cosa più importante sia questa: dare ai ragazzi più giovani l’idea dei momenti trerribili che abbiamo vissuto». Ci è riuscito così bene, che adesso il film ha riaperto il dibattito.

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