Il Rossini e il Vivaldi di Toscanini Un trionfo di fantasia e stupore

Nel secondo disco in vendita da oggi con «il Giornale» anche brani da Brahms e Dvorak

Oggi vorrei parlarvi male di Toscanini. Prendete il disco e ascoltate. Mentre dirige Dvorak è impossibile: tutto prende tanta importanza, tutto cresce così forte e nitido che ci sentiamo necessariamente appagati. E neanche, poi, nell'impressionante Ouverture tragica di Brahms, con quell'inizio che sfolgora scuro per violenza di prodigio, e la corsa arruffata ed affannosa d'un autore come fosse inseguito o inseguitore, verso un teatro o una vita che dovrà pur scaturire e salvare: Brahms quasi cinquantenne, ancora romantico e nostalgico di grandezze passate quando l'Ottocento stava ormai dissipando le sue certezze. E figurarsi poi se si possono sollevare riserve nell'Invitation à la Valse, di Weber orchestrato da Berlioz, dove l'esplosione del valzer dopo poche battute è una deflagrazione che apre un gara di bravure e di abbandoni. Vorrei parlare male di Toscanini in Vivaldi e Rossini, autori che negli ultimi decenni abbiamo riscoperto e amato e fatto nostri come mai nella storia. E vorrei ricordarvi che, prima di tutto, abbiamo lasciato l'abitudine del passato di eseguire con le proporzioni di una grande orchestra le composizioni scritte per piccolo gruppo, tradizione che qui Toscanini già nel 1954 mantiene ancora.
Il «Concerto grosso» di Vivaldi, che è poi, per precisione, il «Concerto in Re minore per due violini e archi, opera 3 n°11» da L'estro armonico, si ascoltava suonato dalle fascinose e malconce ragazze, le «putte» della Pietà, l'istituto caritativo di Venezia. Un ensemble limitato, che eseguiva come nel Settecento senza troppo far vibrare l'arco, con grande differenza di contrasti fra tempi allegri e lenti, tra zone di «forte» e di «piano». Non invadenza sonora, ma screziature di colore come nella pittura veneta.
La «Sonata per archi in Do maggiore n°3» fa addirittura parte delle Sei sonate composte quando Rossini non aveva più di dodici anni, non per orchestra ma per un curioso insieme d'archi: due violini, una viola, un contrabbasso (e non un violoncello: doveva avere a disposizione quei musicisti lì). Un gioco, quasi un dialogo incantato fra ragazzi, in prima persona.
Vorrei. E se mi promettete che il disco non l'ascoltate farò poca fatica a convincervi che Toscanini è fuori moda e fuori stile.

Ma ho una paura: se poi l'ascoltate? Se nella Venezia a tutto schermo di Vivaldi cominciate a lasciarvi prendere dalla nettezza del fraseggio di ciascuno, dal mutare quasi fisico dei colori, dal piacere di sentir tutto importante? Se nell'Adagio al canto del violino vi accorgete che è come un'apparizione sulle acque di un soprano che canta come mai avete udito, in purezza, nostalgia, intensità? Se udendo il primo tempo di Rossini siete presi dalla voglia che si apra il sipario ed incominci una delle tante opere meravigliose che il ragazzino avrebbe scritto? Se nel quieto e malizioso, affettuoso Andante vi viene da gustare come poche altre volte in musica certi tocchi inesorabili di ironia? E se vi viene il dubbio che «datato» sia chi vuole garantire la sua interpretazione con qualche etichetta, e universale invece chi parte dal mondo in cui è, gusto, studi, abitudini, ma per darci con autenticità irripetibile una verità che arriva a noi e oltre noi?

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