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"Il segreto dei quadri di mio padre è... nell’architettura"

Il figlio e curatore della grande mostra Christopher Rothko: "Si suicidò quando avevo sei anni"

"Il segreto dei quadri di mio padre è... nell’architettura"

"Quando Mark Rothko morì togliendosi la vita avevo soltanto sei anni, e i miei ricordi tangibili, privati, sono ovviamente pochissimi: ma porterò sempre dentro di me l'eredità spirituale di un uomo che per tutta l'esistenza è stato profondamente intrecciato alla sua opera". Tra le sale austere di Palazzo Strozzi, Christopher Rothko osserva in silenzio una delle grandi tele del padre. È lui, insieme alla curatrice Elena Geuna, a firmare la grande retrospettiva che fino al 26 luglio riunisce a Firenze oltre quattro decenni di lavoro di Mark Rothko, il grande filosofo della pittura astratta del Novecento. Una mostra che si estende anche al Museo di San Marco e al vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. "Sono sicuro che lui ci stia guardando da lassù - dice Christopher con un sorriso e penso che sarebbe molto felice".

Qual è stata la visione curatoriale alla base di questo progetto?

"L'idea era mostrare l'arte di Rothko nella sua interezza e, allo stesso tempo, collocarlo in un contesto che per lui era fondamentale, la tradizione artistica europea. Non volevamo soltanto organizzare una retrospettiva cronologica, ma raccontare il dialogo che mio padre ha sempre avuto con l'arte del passato. Quando abbiamo trovato la collaborazione con Palazzo Strozzi abbiamo capito che era il posto ideale: uno spazio storico ma sobrio, silenzioso, che permette ai dipinti di parlare silenziosamente al luogo e allo spettatore".

La mostra ripercorre tutta la carriera, dalle prime opere figurative alle grandi tele astratte. Quale visione emerge?

"Molti pensano che mio padre sia nato come pittore astratto, mentre in realtà il suo percorso fu molto più complesso. Negli anni Trenta dipinse scene urbane, interni, figure umane, ma già in queste opere si vede che l'obiettivo non era il realismo: il suo obbiettivo, il suo fuoco sacro è sempre stato lo spazio, il modo in cui l'esistenza vibra nell'ambiente. Con il passare degli anni le figure scompaiono e la sua pittura diventa sempre più essenziale. Ma l'esigenza rimase la stessa: come creare un'immagine che racconti dell'esperienza umana".

Collocare Rothko a Firenze lo mette in dialogo con la tradizione artistica rinascimentale

"Per mio padre il Rinascimento italiano non era soltanto una fonte di ammirazione storica, sentiva di dialogare con quegli artisti quasi come con fossero colleghi in carne ed ossa. Quando viveva a New York studiava i maestri italiani al Metropolitan a alla Frick Collection; poi, nel 1950, arrivò finalmente in Italia e trascorse settimane intere visitando musei, chiese e conventi tra Roma e Firenze. Le celle dei monaci del convento di San Marco con gli affreschi di Beato Angelico oppure il vestibolo progettato da Michelangelo alla Laurenziana sono luoghi che lo segnarono nell'anima. Solo allora comprese quanto lo spazio architettonico potesse essere emotivamente potente, e fu sempre quella la stella polare della sua pittura: non creare immagini da guardare, ma spazi e architetture mentali in cui entrare. L'architettura lo ossessionava".

Quali aspetti del suo lavoro fa emergere più chiaramente con questa mostra?

"Dall'evoluzione del suo percorso pittorico, ma anche dagli acquerelli e dai numerosi schizzi e studi preparatori presenti in questa mostra, si evidenzia la sua visione spazialista di cui il colore è solo uno degli strumenti, non l'elemento primario come fino a oggi si è sempre detto. Il fine ultimo della sua pittura è sempre stato quello di costruire uno spazio credibile, uno spazio emotivo di cui gli spettatori entrassero a far parte, completando l'opera".

Lei ha appena pubblicato un libro (Dentro l'opera, Marsilio Editore) con cui ha voluto offrire una lettura molto personale del lavoro di suo padre. Scrivere di Rothko come figlio cambia la prospettiva?

"Ho lavorato con le opere di mio padre per quasi trent'anni e nel tempo ho scritto molti saggi per cataloghi e mostre. Il mio libro raccoglie quelle riflessioni e prova a spiegare come funzionano questi dipinti, come ci coinvolgono. Non volevo scrivere un'altra biografia ma riflettere sull'esperienza che si prova davanti alle sue opere".

Rothko aveva un rapporto complesso con il sistema dell'arte: verrebbe da dire un artista anti-establishment

"Sì, ma non lo era per partito preso, semplicemente non era disposto a compromettere la natura del suo lavoro. Quando ad esempio capì che le tele dei murali del Seagram Building sarebbero finite in un ristorante di lusso, decise di ritirarsi dalla commissione. Sentiva che quei dipinti erano pensati per luoghi di contemplazione, quasi come templi, non per uno spazio mondano".

Anche nella corrente dell'Espressionismo astratto newyorkese la sua posizione appare sui generis rispetto ad artisti come Pollock o de Kooning

"L'obiettivo era diverso, a quegli artisti interessava soprattutto l'azione, il gesto pittorico, mentre mio padre cercava invece una forma di esperienza contemplativa".

Quanto influirono nella sua poetica la sua identità ebraica e il vissuto di immigrato negli Stati Uniti?

"Diceva spesso di non sentirsi completamente a casa sua in America, lui era nato nell'Impero russo e una parte

della sua identità rimase sempre legata all'Europa. Allo stesso tempo, l'America gli offrì una libertà enorme: poté sviluppare il proprio linguaggio senza sentirsi vincolato dalla tradizione, come forse qui sarebbe accaduto".

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