La Russa si smarca da Fini col «capo» solo 40 fedelissimi

RomaNel partito che non può e non deve essere una caserma, il generale Gianfranco Fini conta i «suoi» maggiori o tenenti. Posto che gli antichi ufficiali, ma anche il grosso dei soldati semplici, risultano essere ora più in sintonia con il leader Berlusconi, il presidente della Camera potrebbe fare affidamento su una truppa di fedelissimi: sono quelli che, eletti con la casacca azzurra del Pdl, adesso sarebbero pronti a indossarne un’altra, o quantomeno a sventolare il vessillo finiano in un eventuale combattimento interno al centrodestra.
Una brigata per combattere quale battaglia? Un nuovo partito? Una corrente? Un nuovo gruppo parlamentare? La strategia futura è soltanto nella testa di Fini che, di certo, appena iniziato a sparacchiare sul leader Berlusconi, è rimasto solo. Tra i suoi vecchi colonnelli è stato il gelo quando s’è incanalato nei j’accuse al partito. «La temperatura del Pdl è come quella di Bolzano: non pervenuta», aveva tirato il grilletto. E il triumviro Ignazio La Russa a puntualizzare: «Si vede che ha un termometro che registra poco». E La Russa è quello che più si spende nel ruolo di mediatore tra Silvio e Gianfranco. Tanto che ieri, seppur a distanza di giorni, gettava acqua sul fuoco: «Non sono d’accordo su tutto ciò che dice ma so che è lontano anni luce dalla figura del “compagno” che qualcuno gli ha voluto affibbiare». E ancora: «Fini ha soltanto deciso di non fare il soprammobile ma di ritagliarsi il ruolo di chi pensa al futuro e credo che Fini e Berlusconi abbiano le stesse idee». Salvo riconoscere che «15 anni fa fu Berlusconi l’ostacolo alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto e non Fini». Graffianti, invece, i distinguo di Maurizio Gasparri convinto che «il Pdl non è il partito dell’anarchia in cui ciascuno fa e dice quello che vuole».
Ma quanti e chi sono quelli perfettamente sintonizzati sulla nuova lunghezza d’onda finiana, che trasmette messaggi contrastanti col programma del Pdl, premiato dagli elettori nel 2008? Pochini, per la verità. Una minoranza che, seppur nella peggiore delle ipotesi decidesse di sbattere la porta di via dell’Umiltà per fondare qualcosa di nuovo, non sarebbe determinante per le sorti della maggioranza di governo.
A Montecitorio, su 276 onorevoli pidiellini, quelli eletti in quota An sono stati 83. Di questi, i finiani doc sarebbero 28 o 29, non di più. Stando così le cose lui, l’ex capo della brigata aennina, alla Camera avrebbe perso per strada circa un terzo della sua truppa. A Palazzo Madama, invece, su un totale di 146 seggi pidiellini, quelli eletti in quota An sono stati 47. Tra questi, i più vicini a Fini sarebbero 12 o 15. Una fetta che rappresenta un quarto del suo vecchio partito. Rimanendo l’incognita sul drappello di onorevoli alemanniani, per la sua corsa Fini potrebbe contare su una quarantina di onorevoli stampelle.
Eccola la minoranza interna al Pdl: un manipolo di parlamentari che giurano fedeltà alla terza carica dello Stato al grido di «Salvate il soldato Gianfranco». Oggi i finiani fino al midollo sono senza dubbio guidati da Italo Bocchino, Fabio Granata e Adolfo Urso. Il primo, ex portavoce di Tatarella, ex candidato alla Regione Campania, è quello che più fa da megafono alle richieste di dibattito interno. Il secondo, ex vice segretario del Fronte della gioventù, ex vice presidente della Regione Sicilia, nonché ex vice sindaco di Siracusa, è il supersupporter di Gianfranco. È solito ripetere che «il futuro del Pdl è Fini» e c’è lui dietro il disegno di legge sulla cittadinanza agli immigrati. Poi il terzo, Urso: natali a Padova, promotore della fondazione Osservatorio parlamentare, vicinissimo a Gianfranco, ex vice ministro alle Attività produttive nel 2001 ed ex vice ministro di Claudio Scajola, schierato con Fini soprattutto sul tema del biotestamento: «La posizione di Fini è maggioritaria nel Paese», giura. Accanto a questi anche Carmelo Briguglio, Luca Barbareschi, Giulia Bongiorno, Donato Lamorte, Flavia Perina, Souad Sbai, Giuseppe Scalia e Marco Zacchera.
Tra questi anche un neo-finiano, lontano mille miglia da An: Benedetto Della Vedova. Ex dirigente radicale, allergico alla sinistra ma insofferente verso quella che giudica «una deriva moralista e integralista intrapresa dal Pdl sui temi etici».
Al Senato, invece, Fini potrebbe trovare sponda nell’emiliano Filippo Berselli, nel sardo Mariano Delogu, in Domenico Gramazio, quello che stappò una bottiglia di champagne in aula quando cadde il governo Prodi e venne richiamato all’ordine dal presidente Franco Marini con l’oramai celebre «Collega, non siamo mica all’osteria!». Ma anche in Vincenzo Nespoli, Pasquale Viespoli e Maurizio Saia.

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