«Sì alla riforma, purché non obblighi Fazio a lasciare»

Cossiga: «Il riassetto rischia di essere all’acqua di rose se è solo una merce di scambio con le dimissioni del Governatore»

da Roma

«L’importante è che la riforma della Banca d’Italia non diventi una merce di scambio con le dimissioni del governatore». È così che Francesco Cossiga accoglie la notizia di un accordo nella maggioranza sul riordino di Bankitalia. Già, proprio lui che neanche venti giorni fa aveva sfidato il caldo di agosto e buttato giù un disegno di legge sul riassetto della materia - provvedimento già presentato in Senato e in attesa di essere calendarizzato dopo la pausa estiva - ora che la questione sembra andare verso una soluzione condivisa preferisce la via della cautela. E mette in guardia il governo: «La riforma è più che mai necessaria, ma se la si fa solo con l’obiettivo di convincere Fazio a lasciare, allora rischia di essere all’acqua di rose».
Insomma, sul merito del problema l’ex presidente della Repubblica e senatore a vita non ha alcun dubbio. «La questione della riforma della Banca d’Italia - spiega - è stata posta da tempo, nel mondo politico ma pure in quello dell’economia e della finanza. Sia per quanto attiene la struttura del suo capitale - e cioè la natura dei partecipanti a esso - sia per quanto attiene il suo ordinamento». «Guardi, quest’estate mi sono portato dietro un bel po’ di libri sull’argomento e mi sono documentato a fondo», racconta Cossiga. «E lo sa cosa ho scoperto? Che non c’è Paese al mondo in cui il governatore della Banca centrale non sia nominato e rimosso dall’esecutivo. Tranne l’Italia». Per questo - dice il senatore a vita - ho deciso «di dare un contributo al riordino della materia». Un lavoraccio? «Mi sono ispirato alla legislazione britannica, ovviamente con i necessari adattamenti al nostro ordinamento. In particolare all’Act of Bank of England. Insomma, l’Inghilterra è ricca di tradizioni nel mondo delle banche e della finanza ed è anche il Paese dove meglio sembrano essere state composte, in relazione alla tutela del credito e del risparmio e del connesso controllo sulle banche, le esigenze dell’indipendenza tecnica da una parte e della necessaria e opportuna presenza del potere governativo dall’altra».
Il disegno di legge presentato da Cossiga tende sostanzialmente ad «accantonare alcune finzioni, sia sotto il profilo delle nomine degli organi sia sotto quello del loro reale funzionamento». Per esempio? «Quella ormai ridicola della nomina del governatore da parte di un organo solo formalmente autoreferenziale e in effetti di nessun valore rappresentativo e dell’assenza del potere politico nei meccanismi effettivi di scelta del governatore stesso e del direttore generale». «Di fatto - spiega Cossiga - è stato sempre il governo, e in particolare il presidente del Consiglio di concerto con il ministro dell’Economia, a provvedere alla scelta del governatore e del direttore generale della Banca d’Italia». E per il madato del governatore? «Sette anni, una soluzione parallela a quella della durata del più alto ufficio dello Stato, il presidente della Repubblica. Ma non trattandosi di carica politica e per assicurarne l’indipendenza effettiva si dovrebbe escludere ogni possibilità di proroga o riconferma».
C’è poi il capitolo della proprietà di Bankitalia, pure questo spinosissimo. «Siamo nella curiosa situazione - dice Cossiga - in cui le banche sono nella proprietà dell’organo che le deve controllare. Insomma, i controllati sono proprietari del controllore». E quindi? «E quindi le quote devono essere cedute allo Stato che le redistribuisce gratuitamente ai nuovi partecipanti previsti dallo Statuto». E negli ultimi giorni il governo sembra abbia discusso la possibilità che pure le Regioni entrino nell’azionariato dell’istituto (una sorta di Bankitalia federalista), dibattito al quale Cossiga sembra non sia estraneo. «Mica sono fesso io, lo sa a chi ho subito mandato la mia proposta di legge?». A Berlusconi? «Macché, l’ho mandata alla Lega. Le Regioni che, magari attraverso le università, entrano nell’azionariato della Banca d’Italia. E come facevo a non mandarla alla Lega?».

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