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«Sì, sono un pigro e mi ero scordato di fare il campione»

La sua è tutta una storia di maglie: prese e perse. Più perse che prese, anche se quella che ha preso otto giorni fa non ha nessunissima voglia di perderla. «A dire il vero ci sono arrivato vicinissimo, oggi (ieri per chi legge, ndr) ma grazie al cielo sono riuscito a portare a casa anche questa», dice soddisfatto Rinaldo Nocentini, il «signor nessuno» di questo Tour disegnato male e corso al momento anche peggio. La sua è una storia di maglie vestite e mancate per un niente. Perde quella di campione del mondo juniores a San Marino: terzo, alle spalle di Valentino China e Ivan Basso. Ancora una maglia iridata, quella di Valkenburg ’98 che gli sfugge: questa volta secondo, in mezzo tra Ivan Basso e Danilo Di Luca.
La sua è una storia di maglie prese, come quella della Mapei, la corazzata di patron Giorgio Squinzi...
«Da juniores volavo, da dilettante ho vinto parecchio, poi mi sono un po’ perso. Sono passato professionista nella formazione più importante al mondo, la più vincente, forse una delle più forti di tutti i tempi. Mi sono trovato in mezzo a tanti campioni: Bartoli, Museeuw, Freire, Tafi, Tonkov, Garzelli, Bettini, sembrava il Real Madrid di Cristiano Ronaldo e Kakà. Lì c’era solo il meglio. E anche i giovani, i neoprofessionisti non potevano essere da meno. Mi abituai a lavorare per gli altri, chiesi troppo poco a me stesso, e probabilmente mi sono accontentato di essere un buon corridore e non un campione».
Si aspettava di vestire la maglia gialla ad Andorra? «Assolutamente no. Puntavo alla tappa, come sempre. Poi è spuntata questa possibilità».
Il primo pensiero?
«A mia mamma, Roberta, e a mia sorella, Daniela, che non ci sono più. E a Manola, mia moglie, che c’è sempre, anche e soprattutto nei momenti più difficili».
Però in otto giorni in maglia gialla avrà anche pensato a qualcun altro?
«Ho pensato tantissimo, anche se ho dovuto soprattutto pensare a come fare per tenermela il più possibile».
Il momento più emozionante in maglia gialla?
«Quando sono passato sul Tourmalet in giallo. La salita non finiva più, ma sentivo le grida dei tifosi che mi incitavano a non mollare. Tutti incoraggiavano me, e pronunciavano il mio nome, nessuno nominava Contador o Armstrong».
È dura la vita in giallo?
«È dura la vita del corridore e la maglia gialla dà un senso a tutto».
Dicono che lei sia un uomo squadra, anche se ai compagni di squadra non sa chiedere..
«Io faccio quello che devo fare e anche quando sono pronto per vivere la mia giornata di gloria faccio il mio, ma non mi riesce di dire ad un mio compagno tu devi fare questo e tu quello».
E allora come va a finire?
«Grazie a Dio ci pensano i direttori sportivi, e spesso gli stessi corridori, che mi vedono andare talmente bene, che si mettono a mio completo servizio».
Pensa che questa maglia possa aprirle nuove prospettive di carriera?
«Una cosa è certa, ora posso dire di essere stato quello che ha vestito otto maglie gialle. Mi piacerebbe correre fino a 37-38 anni. Sogno la Liegi-Bastogne-Liegi e non mi dispiacerebbe rivestire la maglia azzurra come nel 2006 a Salisburgo. Per questa ragione correrò anche la Vuelta». Quando ha mosso le prime pedalate?
«Avevo 6 anni, prima bicicletta Bettini rosa, che nulla ha a che vedere con Paolo: era un artigiano di San Giovanni Valdarno. Cominciai ad andare in bici perché ci andava uno dei miei fratelli. Poi lui ha smesso e io ho continuato. Prima corsa, prima vittoria».
Famiglia numerosa: in pratica una squadra.
«Dieci figli: sei femmine e quattro maschi. Io il numero nove. Tra il primo e l’ultima ci sono 21 anni. Fino a me, una media di un figlio ogni due anni e qualche mese. Poi il babbo e la mamma si devono essere detti: «Dai che si fa dieci». Così fra il nono e il decimo sono passati solo undici mesi. Babbo muratore, mamma casalinga, e poi la terra: ulivi, viti e l’orto. Due letti a castello, quattro per stanza. Poca voglia di studiare, tanta voglia di fare casino. Riesco ad uscire di scuola con un pezzo di carta: dovrei saper riparare televisori e radio. Se volete un consiglio, rivolgetevi ad altri. Adoro le auto, ho una Mercedes ML, amo il buon vino. Ho la mania dei telefonini. Ho l’iPhone e l’iPod. Adoro andare in giro per negozi a fare shopping. Leggo poco, ma amo i gialli: mi piacciono soprattutto quelli di Agatha Christie».
Cosa le piacerebbe fare dopo il ciclismo?
«Mi piacerebbe restare nell’ambiente, perché io questo sport lo amo, ce l’ho proprio dentro. Magari apro un negozio di biciclette: lo chiamerò «Maillot jaune».

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