Sacro e profano È l’Italia dell’eleganza di Dolce & Gabbana

MilanoStefano disegna, Domenico taglia con le forbicione da sarto i revers di una giacca, poi drappeggiano il tessuto sul corpo della modella con la stessa poesia con la quale i pittori rinascimentali facevano le velature alle Madonne. È la sartoria, bellezza, un patrimonio tutto italiano che Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno svelato prima e durante la loro sfilata. Sui monitor sospesi alle pareti della sala venivano proiettate infatti immagini di cinquanta sarti e modellisti al lavoro in camice bianco filmati nella sartoria milanese della griffe. Uomini e donne dalle mani d’oro esprimevano alla perfezione, come in una lezione magistrale, il valore della parola, sartorialità che insieme a sicilianità e sensualità compone il lessico del magico duo. «Siamo patriottici e sentiamo che in questo momento l’Italia è dolce. Qui pensiamo e realizziamo quasi tutti i nostri prodotti, alla luce della nostra cultura» dicevano gli stilisti dimostrando di conoscere la chiave per emozionare.
Il défilé con 72 modelle è stato un fluire di straordinari pezzi di bravura. A partire da una serie di giacche sublimi tagliate e cucite da sarti da uomo, declinate in tante varianti di lunghezze e di revers e indossate su body neri perché risplendessero nella loro eclatante bellezza. Poi, senza soluzione di continuità, ecco il macramè nero appoggiato su sottovesti di seta color confetto, giallo o celeste, il broccato di mohair effetto tappezzeria per un cappotto indimenticabile a grandi fiori, la giacca o il body tempestati di tintinnanti medagliette votive dorate, quelle di Sant’Agata o di San Gennaro, per intenderci. Il sacro entrava divinamente nel profano mentre in dieci minuti di spettacolo i due designer si assicuravano l’eternità. Anche Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi hanno svelato ieri, nell’atelier dove nascono i modelli della collezione che porta il loro nome, la magnifica ossessione per lo stile che fioriva negli anni Sessanta e nelle sartorie che vestivano jet set romano e bellezze alla Florinda Bolkan. «Il nostro punto di partenza è l’elaborazione dei tessuti. Il punto d’arrivo è la semplicità», dichiaravano gli stilisti proponendo, fra i pezzi più belli, incredibili elaborazioni di maglie in cashmere chiné nei toni fusi del viola e del blu da indossare su gonne a fuso in tweed sfibrato e ricomposto a telaio con paillettes e ciniglia, l’abito in maglia con macro treccia e gonna a punto pelliccia, un cappotto di piume dipinte e paillettes.
Paolo Gerani riusciva invece nella difficile impresa di trasferire nello spirito sportivo di Iceberg, l’eleganza contemporanea, mettendo tra il languore degli anni Venti e l’effervescenza dei Sessanta, un link di nome grunge. Risultato: un eccellente lavoro di taglio e cucito su tessuti a maglia per maxi cappotti di gusto androgino e giacche dalle spalle spioventi, grandi pull da portare a pelle e candide camicie coordinate ai boxer, una sofisticata stampa grafica su mini tuniche in crêpe de chine. La sartoria rimane più che mai prezioso laboratorio di sperimentazione anche per giovani come Christopher Kane scelto per disegnare Versus. «Dear Donatella, sono partito da alcune campagne scattate alla fine degli anni Novanta da Bruce Weber» aveva scritto lo stilista inglese che ha studiato alla Saint Martin School alla bionda signora dello stile italiano facendo risalire a quelle indimenticabili immagini un percorso creativo molto ben articolato. Notevole la capacità di armonizzare nello stesso vestito tessuti come satin, crêpe e velluto per dar vita a intriganti plissé. Un omaggio al tutù da ballerina declinato però in versione punk chic con tanto di bustini, tuxedo di velluto e pantaloni strettissimi a sigaretta. Un look perfetto che sembra evocare, con labbra arancio e capelli al vento, una giovane Donatella, very very sexy.