Quel saluto gentile tutto maschile

«Ciao caro».

Lo si sente dire ovunque.

Te lo dice il commesso del negozio di abbigliamento dove una giacca costa 980 euro (in saldo) e quindi il concetto di caro è quanto mai giustificato.

Te lo dice il personal trainer della palestra quando ti vede, fingendo gioia alla prospettiva di accingersi all'impresa di far scendere di un micron il tuo girovita godendo nel frattempo del discutibile privilegio di vederti sudare nel modo sbagliato. Te lo dice il collega che intravedi ogni tanto alla macchinetta e che non sa come ti chiami esattamente, e del resto nemmeno tu sai come si chiama lui e quindi rispondi a tua volta: «Ciao caro».

Te lo dice il vicino di ombrellone che vedi ogni mattina in spiaggia. I suoi figli ti riempiono tre volte al giorno di sabbia e poi lui è pure della Juve ma tu stai al gioco e sorridi mansueto.

Te lo dice il fidanzato dell'amica che hai invitato a cena mentre ti saluta prima di andare via e tu sai che domani loro si lasceranno e tu non lo vedrai più ma nel frattempo si è spazzolato tre porzioni di tiramisù e da solo si è bevuto una bottiglia e mezzo di quel Barbaresco che hai pagato 29 euro l'uno.

«Ciao caro», «ciao caro», «ciao caro».

«Ciao caro» è il «salve» del 2019. Un saluto buono per tutti gli usi, per simulare confidenza quando non se ne ha, per cavarsela quando non ci si ricorda bene con chi si ha a che fare, quando si ha quel rapporto conosco-non-conosco di cui è fatta quella strana insalata mista che è la nostra vita pubblica.

Eppure il «ciao caro» spiega molto del nostro mondo, della nostra epoca.

Intanto il «ciao caro» non è mai seguito dal nome del destinatario - che poi sembrerebbe l'inizio di una lettera. E chi la scrive più, una lettera? - e questo gli dona una soffice impersonalità che rassicura. In questo senso il «ciao caro» è rivoluzionario nel modo in cui la gentilezza sempre lo è stata e ancor di più lo è in un'epoca in cui il «vaffa» ha sostituito la «Raffa» tra i più amati dagli italiani. Dire «ciao caro» a un semisconosciuto è un modo per tendere una mano, per indirizzare quell'interazione che forse durerà sei secondi sulla strada della zuccherosa civiltà. Il «ciao caro» è un like generico ma gradito, la riscoperta in chiave vagamente social di quelle buone maniere il cui smarrimento costituisce il presupposto dell'inferno maleducativo a cui siamo stati assegnati da un qualche San Pietro che non beve caffè.

Poi il «ciao caro» rivaluta quell'appellativo, «caro», così deliziosamente impolverato, riempito con l'aroma di ratafià e confetti. Quando eravamo giovani «caro» era il modo tipico con cui si chiamavano tra di loro moglie e marito. Poi è arrivata l'epoca più spavalda degli «amore» (o degli osceni «amo'») e dei «tesoro», e la cancrena dei nomignoli esibiti in pubblico. «Topino, mi passi il sale?», è una frase affettuosa ovunque salvo che nei pressi di un cassonetto romano.

Ma soprattutto la forza dirompente del «ciao caro» è che trattasi di saluto maschile. O meglio, il «ciao cara» esiste da secoli, ma è impastato di quella melliflua socialità femminile propria di chi è abituato geneticamente a fingere un affetto che non è mai esistito né mai esisterà. Il «ciao caro» invece è il commendevole tentativo tutto maschile di addestrarsi a una qualche tenerezza che vada oltre la cameratesca pacca sulla spalla o la pecoreccia strizzata di palle.

Il «ciao caro» è il modo in cui il genere maschile comunica al mondo di volere riscoprire la gentilezza, la affettività, il calore, l'entry level dell'educazione, il tutto senza necessariamente passare attraverso il test di ingresso al club testosteronico che passa attraverso la condivisione dello spettacolo di un sedere femminile o di una litigata sul fuorigioco passivo.

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