Leggi il settimanale

La Santanchè: "Legalità? Gianfranco rispetti la 'sua' legge"

«Fini dice di essere per la legalità? Beh, allora lo dimostri in Parlamento su un tema che dovrebbe stargli a cuore come l’immigrazione...». Il sottosegretario all’Attuazione del programma Daniela Santanchè fa spallucce sui finiani insorti dopo lo spettro della convocazione ai probiviri Pdl e preferisce punzecchiare il presidente della Camera sulla legge che porta il suo nome, la Bossi-Fini. Con una sfida in Parlamento.
«Fini si è dimenticato di chiedere il rispetto della “sua” legge».
Dice?
«Sostiene che la legalità è la sua bandiera politica per metterci in difficoltà. Ma figuriamoci... Non si può agitare questo totem a intermittenza. La legalità che ci chiede la gente è il rispetto di tutte le leggi, non di quelle che fanno comodo perché mettono in difficoltà i “nemici” politici».
Per esempio l’immigrazione...
«...La lotta agli irregolari, il rispetto delle donne immigrate. Queste sì che sono battaglie che fanno gli interessi degli italiani, altro che multiculturalismo e cittadinanza breve. Sulla lotta all’immigrazione clandestina, ad esempio, il governo ha fatto moltissimo. Gli sbarchi sono calati del 90%. Sulla sicurezza, zero. Fini invece è diventato il portavoce istituzionale della sinistra. Che ne è stato degli impegni assunti con gli elettori di centrodestra?».
Insomma, secondo lei siamo perfino alla disonestà intellettuale?
«Guardi, se lei oggi va a vedere il sito di Farefuturo (la fondazione vicina a Fini, ndr) si inneggia ad Antonio Di Pietro, che non ha niente a che vedere con la legalità ma con il giustizialismo».
Ma sulle intercettazioni, però...
«Scusi, ma nel programma di governo era ben chiaro l’aspetto della segretezza sulla corrispondenza privata e sulla riservatezza delle comunicazioni, peraltro prevista dalla Costituzione. Altra cosa di cui lui si è “dimenticato”. Nell’ufficio di presidenza abbiamo votato un documento sulle intercettazioni. E invece...».
Insomma, non ci crede a questa svolta...
«Beh, vorrei metterlo alla prova. L’avete scritto anche sul Giornale, la Consulta islamica ha appena varato un documento che approva la messa al bando del burqa e del niqab. All’unanimità. Le ricordo che la prima legge anti burqa, che risale a tanti anni fa, porta la mia firma e...»
Quella di Fini?
«No, quella di Ignazio La Russa. Ma allora, visto che la Consulta islamica ha mandato un segnale preciso su questo tema, mi aspetto da Fini un segnale immediato».
Quale?
«Si riempie la bocca di donne, donne, donne... Mi vuole convincere? In buona fede? Bene, faccia suo il documento approvato dalla Consulta, calendarizzi un dibattito parlamentare sul divieto al burqa, lo metta all’ordine del giorno e ci avrà convinti tutti».
È questa la sfida?
«Mi aspetto nei prossimi giorni che il Parlamento discuta dell’abolizione del burqa e del niqab, e allora ci crederò. Ma come farà con Fabio Granata, che su questi temi ha posizioni diverse?».
Come si spiega tutta questa acredine con il premier?
«La politica è fatta da uomini, non da computer. Fini mette al centro della sua azione politica il fatto di non voler più vedere Berlusconi a Palazzo Chigi, ha una voglia di rivalsa personale. Ma in quella rete che sta tessendo non ci cascherà nessuno, perché si capisce l’assoluta malafede».


C’è qualcuno che soffia sul fuoco per stravolgere a tavolino la realtà politica «a tavolino», come nel ’94?
«Non so chi c’è dietro, se Fini è un servo sciocco. Ma quando in politica si scende sul piano privato e personale è perché manca un progetto politico».
felice.manti@ilgiornale.it

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica