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Vi racconto il mio Enzo Tortora. Storia sempre attuale d'ingiustizia italiana

Da oggi parte il podcast di Vittorio Feltri. Nella prima puntata una vicenda drammatica che è terminata con il funerale di un uomo innocente

Vi racconto il mio Enzo Tortora. Storia sempre attuale d'ingiustizia italiana
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Sia pure con molti anni di distanza, mi piace raccontare una vicenda che spiega molto bene le storture della giustizia italiana. La storia è quella di Enzo Tortora, un uomo, un divo direi, della televisione che teneva sulla Rai un programma di grandissimo successo, Portobello. Di conseguenza anche il presentatore, chiamiamolo così, godeva di una popolarità quasi incredibile.

Ebbene un giorno e non so per quale motivo Tortora si trova a Napoli, città di cui conosciamo certe caratteristiche. Cosa accadde? Che la polizia e i carabinieri si recarono nell'albergo dove si trovava il presentatore e lo ammanettarono e si affrettarono a metterlo in galera. Motivo? Dicevano gli investigatori che quest'uomo di successo era iscritto alla camorra e fornirono delle finte prove, perché prove non erano, ma poi quello lo vedremo.

Ad un certo punto, ovviamente, si svolse il processo e l'esecuzione del processo presume la presentazione di atti scritti nei quali si racconta tutta la vicenda criminosa. Il Corriere della Sera, il giornale di cui ero inviato, fece tramite me una scoperta non certo banale. In sostanza dagli atti processuali risultava che Tortora avesse ricevuto da un tale Melluso una scatola piena di droga. La consegna secondo il camorrista sarebbe avvenuta a Milano in piazzale Lotto e poi confondendosi si corresse dicendo che si trattava di Piazzale Loreto, ma un errore così per un non milanese era giustificabile. Peccato che il sottoscritto non si accontentò di questa narrazione e chiese all'archivio del suo quotidiano dove quel Melluso si trovasse il 5 maggio, data indicata dal camorrista come quella della consegna. Ebbene, l'archivio infallibile del Corriere verificò che quel 5 maggio il fornitore di cocaina si trovava nel carcere di massima sicurezza di Campobasso. Da qui partì una difesa inattaccabile di Tortora che comunque fu lasciato in galera a marcire e ad ammalarsi in modo grave.

Negli stessi giorni scoprii negli atti che tra le prove più importanti era annoverata l'agenda di un camorrista, sulla quale era annotato il numero di Tortora. Composi il numero e mi rispose un tizio che non c'entrava nulla con la vicenda. C'era stato un evidente errore di identificazione, e per giunta nessuno aveva svolto il più facile dei controlli. Incredibile.

Passarono un paio d'anni e si svolse il processo di primo grado dove il presentatore venne condannato a dieci anni di galera e in galera finì.

Anch'io a quel tempo frequentavo le galere per fare dei servizi giornalistici e un giorno incontrai Tortora nei corridoi lugubri di un penitenziario. L'uomo mi abbracciò e mi ringraziò per ciò che avevo fatto inutilmente per lui.

Ma siccome il tempo è medico, nel frattempo anche quei fenomeni che amministrano la giustizia scoprirono che Enzo era totalmente innocente.

Ma la galera, intanto, gli aveva rovinato la salute e di lì a poco egli morì di cancro. Una vicenda che avrebbe dovuto insegnare come si amministra la giustizia e invece tutto si concluse con un funerale di un innocente al cui ricordo mi commuovo ancora.

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