A Scalfari piace l’immunità. Solo quando serve a lui

Il fondatore di "Repubblica" critica Craxi perché non si fece processare. Ma dimentica che nel 1968 fece lo stesso

Processo breve, appunto. Come la memoria corta di Eugenio Scalfari, moralista senza titoli per esserlo, da anni - come da titolo del suo annoso volume molto pubblicizzato ma di scarso successo - Alla ricerca della morale perduta. La sua?

Intellettuale celebre per la disinvoltura nel cambiare idea sui fondamentali della vita pari solo alla proverbiale ricercatezza nel vestire, da cui il soprannome «Gegè» e da cui il noto trend «sinistra al cashmere», Scalfari non perde occasione per dare lezioni di civiltà al prossimo. Iniziò, studente, sui banchi al liceo Mamiani di Roma, quando era un giovane fascista. Continua, da professore a riposo, sulle colonne di Repubblica, oggi che è il più ascoltato dei “vecchi” saggi della Sinistra.

Due giorni fa il Fondatore ha dedicato la sua ultima lectio, sotto il titolo «Il gesto che Bettino non fece», alla lettera che il presidente Napolitano ha scritto alla vedova Craxi. E, come faceva sommessamente notare proprio ieri sul Foglio Andrea Marcenaro, affrontando l’aggrovigliato nodo di Tangentopoli Eugenio Scalfari si è lanciato in un ragionamento tanto pacato dal punto di vista linguistico quanto complesso sul piano della coerenza. Così come, del resto, già gli accadde di fare quando, dopo aver esaltato per anni le magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica e i luminosi destini proletari, festeggiò commosso il crollo del Muro e del comunismo. Ma tornando all’altroieri: per commentare la vicenda Craxi e i finanziamenti illeciti, Eugenio Scalfari rievoca il discorso parlamentare in cui il leader socialista lanciò una chiamata di correità a tutti i partiti: tutti avevano violato la legge, tutti quindi dovevano assumersene le responsabilità.

«Discorso senza dubbio coraggioso - chiosa a questo punto Scalfari - se ad esso fosse seguito il necessario sbocco: la chiamata di correo è l’ammissione di un reato particolarmente grave. Chi si avventura su quel terreno prosegue dimettendosi dalle cariche che ricopre e mettendosi a disposizione dell’autorità giudiziaria». Cioè: si fa processare e sconta l’eventuale condanna. Opinione più che legittima, e forse anche moralmente ineccepibile. Ma perlomeno singolare, e forse moralmente ipocrita, se espressa da un cittadino della Repubblica, e incidentalmente futuro fondatore di Repubblica, che in passato si fece eleggere deputato nel Partito socialista per avvalersi dell’immunità parlamentare e sottrarsi in questo modo alla sentenza dell’autorità giudiziaria.

Era l’anno del Sessantotto e dell’inizio della Quinta Legislatura (5 giugno 1968 - 24 maggio 1972) quando Eugenio Scalfari, reduce dall’inchiesta firmata insieme a Lino Jannuzzi sul caso Sifar-De Lorenzo e protagonista di una infiammata vicenda processuale, entrò alla Camera per evitare il peggio. Nel marzo di quell’anno era stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma a un anno e quattro mesi di reclusione. Nel giugno fu eletto deputato nelle liste del Psi di Pietro Nenni. Glissando in questo modo, con l’eleganza che gli è propria, quel «gesto» che, con la coerenza che gli è impropria, chiede oggi retrospettivamente a Bettino Craxi. Si chiama doppiopesismo. Pretendere con severità dagli altri il rigore che per codardia non si possiede. Gli piace l’immunità, ma solo quando serve a lui.

Comunque Eugenio Scalfari - che fino a quel momento nella sua vita era già stato caporedattore di Roma fascista, poi si era imposto alla pubblica opinione come inflessibile anti-fascista, quindi era stato tra i fondatori del Partito radicale ma ancora non aveva firmato l’appello contro il commissario Calabresi - iniziò la sua avventura di peone socialista sfilando nei cortei contro la «repressione» con un magnifico tre quarti di montone. Della sua personalissima avventura parlamentare, trascinatasi nel più inutile anonimato, si ricordano solo due aneddoti: nel 1969, episodio passato alla Storia e che ormai fa Letteratura, quando un vigile osò fargli una multa alla stazione Centrale di Milano perché aveva parcheggiato in sosta vietata, esplose nell’ormai proverbiale: «Lei non sa chi sono io!», scagliandogli contro l’Espresso; e quando i gruppi extra-parlamentari assaltarono il Corriere della Sera per impedirne la distribuzione, si complimentò con loro: «Questi giovani ci insegnano qualcosa, l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate a nascondere le informazioni e a manipolare le opinioni pubbliche. Chi ama la libertà non può che rallegrarsene».

Poi Scalfari uscì dal Parlamento, fondò Repubblica e imboccò la strada del moralsocialismo, dimenticandosi del Partito socialista. Solo per ricordarsene, incidentalmente, quando si tratta di chiedere a Bettino quel «gesto» che Eugenio non seppe fare.

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