C'era tutto in quell'ultima salita. Gli anni da leader solitario, le sprint vinte contro i vichinghi, le delusioni trasformate in carburante. C'era il peso di uno sport intero sulle spalle. E c'era, finalmente, la medaglia che inseguiva da una vita. Per questo, anche se è «solo» un bronzo, Federico Pellegrino è oggi l'uomo più felice dei Giochi. «Vedere i miei compagni aspettarmi festanti è stata un'emozione fantastica», ha detto dopo il traguardo sulle nevi di Lago di Tesero, resistite al caldo e alla pressione. Una pista che si è fatta teatro, una cornice popolare capace di spingere le gambe quando i polmoni bruciano e la vista si annebbia. Il valdostano ha trascinato un'Italia larga e compatta: il friulano Davide Graz, il veneto Elia Barp, il piemontese Martino Carollo. Quattro regioni, un unico filo azzurro.
È l'Olimpiade dei territori diffusi, ma soprattutto è la staffetta di un gruppo che ha imparato a credere, a restare agganciato quando il ritmo si impenna e la selezione diventa spietata. Dopo Vancouver 2010 lo sci di fondo italiano ha rischiato l'irrilevanza. A tenerlo in piedi è stato Pellegrino: spesso l'unico capace di guardare negli occhi gli scandinavi. Ieri la Norvegia ha dominato ancora, con Johannes Klaebo salito a quattro ori e nove medaglie complessive, più dei connazionali Bjørn Daehlie, Ole Einar Bjørndalen e Marit Bjørgen. Impressionante.
Ma altrettanto impressionante è la longevità di Chicco: vent'anni fa, quando l'Italia vinse l'oro a Pragelato con Fulvio Valbusa, Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi, lui pensava al calcio. Fisico normale tra giganti nordici, ha fatto a sportellate e ha vinto due Coppe del Mondo sprint, primo non scandinavo a riuscirci. Argento a PyeongChang 2018 e a Pechino 2022, percorsi diversi e stessa fame. «La prima quasi inattesa, la seconda costruita tra scelte difficili», ha raccontato il 35enne di Nus.
Ma questo bronzo vale di più: è la legacy, il passaggio di testimone, la prova che l'Italia può smettere di sentirsi comparsa. Graz e Barp solidi in alternato, agganciati a Norvegia e Francia. Poi la piccola crisi di Carollo, l'Italia distante 21 secondi: missione impossibile. Non per Pellegrino.
Sprinter diventato fondista completo, ha ripreso il finlandese Niko Anttola e lo ha staccato sull'ultima rampa, con una progressione feroce, lucida, quasi rabbiosa.
Non un gesto d'orgoglio, ma un atto di Fede, planando verso il rettilineo finale dove i compagni lo aspettavano a braccia aperte: c'era un capitano al passo d'addio (prima, però, ci riproverà nella team sprint con Barp) che consegna ai più giovani un'ambizione nuova.Non è solo una medaglia. È un cerchio che si chiude e una porta che si spalanca. È la dimostrazione che un capitano può resistere al tempo e cambiare il destino dei suoi. È questione di Pelle.