Per scongiurare il rischio occorre la linea «bilanciata»

Ha già 24 anni di contributi versati l’autoferrotranviere di 44 anni protagonista di questo esempio; guadagna 45mila euro annui e stima incrementi di stipendio dell’1% in più all’anno rispetto al tasso di inflazione atteso. Tuttavia, grazie ai 24 anni di versamenti già in cassaforte (gliene mancano «solo» altri 16) la sua pensione di anzianità dovrebbe riuscire ad arrivare a 51.200 euro nell’aprile 2025, pari al 71,4% della sua ultima retribuzione.
Una prospettiva che, affiancata ai 16 anni di vita lavorativa restante, porta a consigliare per la costituzione di una pensione integrativa il ricorso a una linea bilanciata: un comparto, cioè, che investe fino a un massimo del 55-60% in Borsa (in media il 35-45%). Si tratta di una soluzione che si colloca su un gradino più basso, nella scala del rischio, rispetto alle linee azionarie ma che comporta l’accettazione di un «pericolo», nel breve termine, comunque superiore a quelli cui espone una linea garantita o obbligazionaria.
Se l’autoferrotranviere qui esaminato accettasse di versare il 2% dello stipendio annuo iniziale (900 euro) - tenendo conto che altrettanti li versa l’azienda e un altro 6,91% è assicurato dal Tfr conferito nel fondo - riuscirebbe ad accumulare una rendita netta integrativa rivalutata di 8.100 euro. Tale somma, sommata ai 51.200 euro di pensione di anzianità stimata, farebbe lievitare a 59.300 euro (pari all’82,7% dell’ultima retribuzione stimata) l’importo complessivo del trattamento pensionistico spettante. L’autoferrotranviere potrebbe anche prendere in considerazione, in alternativa alla linea bilanciata, una linea di garanzia in modo da assicurarsi per i prossimi 15 anni la rivalutazione minima del capitale versato. Per ottenere lo stesso importo finale di rendita netta integrativa calcolato con la linea bilanciata, il versamento annuo del lavoratore dovrebbe però salire dal 2% al 3% (ovvero da 900 a 1.350 euro).

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