Lo scopo della festa del Pd? Farsi la festa tra compagni

Genova Finalmente, si chiarisce meglio il concetto di Festa del Pd. Vuol dire che ciascuno pensa a fare la festa al proprio compagno di partito.
E così - dopo l’attacco di Pierluigi Bersani a Sergio Cofferati dal palco della Festa nazionale di Genova perché l’ex leader della Cgil corre per la segreteria regionale ligure, pur essendo anche eurodeputato - oggi arriva la Coffy-replica. Viene allestita in quattro e quattr’otto una conferenza stampa urgente, nella quale, con tutti i toni morbidi e vellutati di cui è capace, Cofferati, candidato dei franceschiniani alla guida del partito ligure, va giù con l’accetta. Fin dalla scelta dell’aggettivo da riservare alle parole del candidato dalemiano: «È grottesca la polemica di Bersani sull’incompatibilità di segretario, è un tema che non esiste, che non c’è nemmeno nel programma della loro mozione e che è sorto solo quando si sono candidati Cofferati e Serracchiani per la mozione Franceschini. Insomma, è un tema ad personam».
Sfoggia il sorriso più contundente a sua disposizione l’ex numero uno della Cgil per ricordare come lo stesso Bersani avrebbe il doppio incarico in caso di elezione a segretario, essendo anche deputato nazionale. E poi, di nuovo, felpatamente, pacatamente, cinesemente, butta giù il carico: «Mettere in dubbio la stessa legittimazione del ruolo, non solo è infondato, ma è anche pericoloso per il futuro stesso del partito». Il futuro stesso del partito.
Ma le parole di Cofferati («e poi io non sono certo meno di sinistra di Bersani») sono solo la punta di un iceberg di un tutti contro tutti che coinvolge le truppe bersaniane e quelle franceschiniane. Con i secondi scatenatissimi dopo gli attacchi del candidato dalemiano dal palco della Festa genovese: sfruttano ogni stile dialettico. C’è la domanda retorica con Piero Fassino che chiede ironicamente a Bersani: «Il no al doppio incarico vale solo per noi della mozione Franceschini? E loro che in Umbria hanno candidato un assessore regionale?». C’è la lettura degli acronimi, con il senatore veltronian-franceschiniano Giorgio Tonini che spiega: «Il nostro non è un partito di sinistra, ma di centrosinistra. Se si aggiungesse la esse di sinistra, il Pd tornerebbe ad essere il Pds». Stesse parole per Giorgio Merlo. E c’è la lettura bucolica del vicepresidente ligure Massimiliano Costa, uomo del segretario attuale pure lui, che incalza: «Se Bersani ha come orizzonte le nostre radici, significa che ha come prospettiva il passato. Dario, invece, guarda al futuro, la differenza è tutta qua».
Dal campo bersaniano, le repliche non si fanno attendere. Dal candidato stesso, che con sublime ironia dice: «Se devo ravvisare elementi di una certa continuità con il passato, li trovo nella mozione Franceschini, alla quale aderiscono tutti gli ultimi segretari di Ds e Margherita», fino a Enrico Letta che chiede di parlare con i territori, ascoltando la gente: «Se non lo faremo, saremo percepiti come quelli lontani, che stanno a Roma, nel loft... ». Perfetta fotografia del partito di Walter.

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