«Scuola e azienda devono alternarsi»

«Scuola e azienda devono alternarsi»

«I lavoratori introvabili? Ne so qualcosa: per assumere un capofficina all’altezza della situazione ho impiegato un anno. E non sono l’unico». Sandro Venzo, oltre a dirigere l’azienda metalmeccanica di famiglia, a Bassano del Grappa, che fa parte di un consorzio di 18 aziende artigiane da lui presieduto, è vicepresidente dei Giovani imprenditori di Confartigianato, tra i primi a denunciare il problema delle assunzioni difficili.
Dipende dal tipo di lavoro?
«Sì, ma fino a un certo punto: la mia azienda produce stampi, quindi il nostro è il classico lavoro da metalmeccanico. Ma parlando con altri artigiani, sono venuto a sapere che si fa fatica anche a trovare elettricisti, cablatori, perfino panettieri. I giovani preferiscono stare in un call center a 600 euro al mese, pur di non sporcarsi le mani con le macchine».
È un problema di mentalità?
«Io credo che si tratti ormai di un problema culturale: e come tale, dipende molto dalla scuola, che non sa più creare una vera cultura del lavoro. Ed è lì che dobbiamo agire, per evitare che si disperda una tradizione manifatturiera unica come quella del Nord Est».
Che cosa intende fare?
«Come Confartigianato, ci stiamo muovendo insieme alla Regione, agli industriali e al sistema scolastico, per prendere contatto con i giovani e proporre gli stage aziendali. È un progetto che funziona e offre a noi imprenditori la possibilità di trattenere in azienda gli studenti migliori, alla fine del percorso. Ma è ancora troppo poco».
Quanto durano gli stage?
«Adesso sono solo tre settimane, a fine anno scolastico, in quarta e quinta superiore. Ma io vorrei importare il modello tedesco, che nella metalmeccanica fa scuola: in pratica, chi frequenta gli istituti professionali alterna la scuola al lavoro durante tutto l’anno, e ogni azienda accoglie un numero di stagisti proporzionato ai dipendenti che ha. In questo modo la formazione è davvero continua».
Ma funzionerebbe anche al di fuori del settore metalmeccanico?
«Credo che questo sistema si possa applicare con successo in tutti i settori- e sono molti - dove la tecnologia si evolve più in fretta di quanto possa aggiornarsi la scuola. Così, i giovani uscirebbero con un diploma che sarebbe davvero un passaporto per il lavoro».
Una sfida alla crisi, dunque.
«Come dico sempre ai miei ragazzi, chi ha una professionalità specializzata il lavoro lo trova e lo mantiene, anche in tempi difficili».

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