Se i cattolici vanno a sinistra ci rimette soltanto la Chiesa

Una volta, addirittura fino alla conclusione dell’Ottocento, l’Italia era divisa fra guelfi e ghibellini, cioè fra cattolici devoti al papato e laici che non volevano neanche sentirlo parlare, il papa. Oggi l’Italia è divisa fra ghibelliniguelfi e guelfighibellini, perché laici e cattolici stanno sia a destra sia a sinistra.
Personalmente, da ghibellino puro, cultore della laicità dello Stato, amerei che i cattolici se ne stessero per i fatti loro, in un bel centro il più ristretto possibile (abbastanza da non fastidiare il bipolarismo faticosamente raggiunto). Sempre da ghibellino – ma, ripeto, è una posizione personale – amerei una destra totalmente laica, benché capisca come e perché la destra italiana attiri molti cattolici. Mi è più difficile capire cosa li attiri a sinistra, vista soprattutto la nostra storia recente.
Nel Novecento, paradossalmente, l’alleanza fra cattolici e sinistra non avvenne proprio quando sarebbe stata più utile. Ovvero, una prima volta, dopo le elezioni del 1919, quando il Partito Popolare Italiano di don Sturzo, appena costituito, ebbe il 20,6 per cento dei voti e i socialisti arrivarono al 32,3. Avrebbero potuto governare insieme, ma la loro alleanza era impensabile: durante la campagna elettorale i socialisti avevano usato contro i popolari una violenza simile a quella che i fascisti useranno due anni dopo contro gli avversari.
Un’altra possibilità perduta fu nel 1925, quando il duce stava instaurando la dittatura e don Sturzo sollecitò l’alleanza cattolici-socialisti contro il nascente regime. La gesuita Civiltà Cattolica, come molte altre volte, anticipò le posizioni papali e scrisse che un'alleanza popolare-socialista contro il fascismo avrebbe provocato la guerra civile; ma che il vero problema sarebbe nato se i due partiti avessero conquistato il potere: come se lo sarebbero diviso e come l'avrebbero gestito, visto che i socialisti erano antireligiosi o areligiosi? Pio XI, il 6 settembre 1925, liquidò la faccenda con un discorso ai giovani della Fuci in cui sostenne che «ora tra noi circolano purtroppo idee rivelatrici di pericolosa impreparazione». L'«impreparazione» dei popolari consisteva nel credere che «per cooperare a un male basta una qualunque ragione di pubblico bene; ma ciò è falso».
Anche se aveva finito per favorire il fascismo, la posizione di Pio XI venne mantenuta dal suo successore, Pio XII, che nel dopoguerra giunse a emanare la celebre scomunica ai comunisti. Eppure, la tentazione di unirsi alla sinistra è sempre stata grossa fra molti cattolici, attirati dal mito di una maggiore giustizia sociale che quella parte politica garantirebbe. Si cominciò negli anni Sessanta con la nascita del centrosinistra, ovvero con una sinistra rappresentata da socialisti che si erano ormai staccati dalle posizioni marxiste. Ma da allora ci fu uno slittamento progressivo di molta cultura – e politica – cattolica verso una convergenza con le culture e le politiche marxiste, culminata negli anni Settanta con la «Solidarietà nazionale» e poi lentamente degenerata verso Tangentopoli. Nel frattempo, i cattolici avevano ricevuto dalla sinistra i «doni» del divorzio e dell’aborto, all’epoca condivisi soltanto da una minoranza della destra.
Piero Scoppola, storico e cattolico fra i più attivi nel teorizzare e favorire l’avvicinamento alla sinistra, nel saggio La repubblica dei partiti (1991), dimostrò di capire che quell’avvicinamento aveva provocato gravi distorsioni nello sviluppo sociale e politico italiano: «Malgrado quell’alleanza avesse generato – o per lo meno contribuito a generare – una cogestione del potere pasticciata e inefficiente, fonte nel medio periodo di irresponsabilità e corruzione», ha scritto Giovanni Orsina rievocando Coppola. Tuttavia, per l’illustre storico come per molti altri, quello «scivolamento» era stato indispensabile per evitare che dalla democrazia si passasse a qualche forma di autoritarismo, se non di dittatura. Insomma, ancora nel 1991 si riproponeva l’inevitabilità di un’alleanza cattolici-sinistra in funzione antifascista, come si fosse ancora nel 1925 o nel 1943.
Ancora oggi ci sono cattolici che considerano un male minore, ineluttabile, l’alleanza con la sinistra – anche estrema – come difesa dal pericolo per la democrazia che sarebbe costituito da Berlusconi. Il quale, al massimo, in un sistema come quello dell’Unione Europea di cui facciamo parte, potrebbe puntare a una forma di gaullismo rivisitata in salsa brianzola.
Oltre a questo collante, a sentire certi gruppi che si dichiarano, o si sentono, «cristiano-sociali», cattolici e sinistra sarebbero uniti da scelte di pacifismo (ma fu D’Alema al decidere il bombardamento sul Kosovo), di volontariato (che non ha necessariamente una matrice politica), di assistenzialismo. Li unirebbero, cioè, i grandi temi etici. Ma davvero? Sono proprio i grandi temi etici a dividerli, e basti pensare a come il democristiano Prodi, capo dell’ultimo governo «cattocomunista» si trovò ad affrontare il problema dei Dico, o Pacs, e di come ogni giorno ci siano fratture su eutanasia, fecondazione assistita, staminali, pillola del giorno dopo, divorzio breve, rapporti con la Chiesa eccetera eccetera.
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